Critiche al ‘’China Study’’. Solide e fondate o false e tendenziose?

Uno dei libri che hanno sicuramente contribuito a rendere ancor più appassionato ed interessante il dibattito di lungo corso sullo stretto rapporto tra alimentazione e salute umana è sicuramente il rinomato ‘’China Study’’, scritto dal biochimico, già ricercatore presso la Cornell University, T.C. Campbell e da suo figlio, il Dr T.M. Campbell (di professione Medico).

 

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Il China Study è un progetto internazionale di ricerca epidemiologica eseguito sotto la gestione congiunta della Cornell University (U.S.A.), della Oxford University (UK) e dell’Accademia Cinese di Medicina Preventiva [1]. Lo studio, iniziato formalmente negli anni ’80 del secolo scorso, si è concentrato su una vasta gamma di patologie e sui fattori legati all’alimentazione ed allo stile di vita seguito nella Cina rurale e, più recentemente, anche a Taiwan [1], finendo per produrre una mole oltremodo considerevole di dati: qualcosa come circa 8 mila associazioni statisticamente significative tra vari fattori dietetici e malattie [1-2]. Le conclusioni suggerite in questo progetto di ricerca rappresentarono, e rappresentano tutt’oggi, un autentico terremoto culturale all’interno non solo della comunità medico-scientifica ma anche della stessa società. Gli alimenti di origine animale dimostrarono di rappresentare un serio fattore di rischio relativamente a diverse delle più diffuse malattie come quelle cardiovascolari, diabete ed alcune formazioni tumorali [3], per contro una sana ed equilibrata ”dieta vegetale” eserciterebbe effetti protettivi e benefici per la salute dell’organismo umano [1].

Il libro scritto dai Campbell, come facilmente prevedibile considerate le implicazioni, non mancò di ottenere sia considerevoli apprezzamenti che critiche piuttosto accese, per non dire infuocate.

In questo articolo vorrei prendere in esame alcune di queste critiche rivolte verso il ‘’China Project’’.

Ad esempio, l’AIRC (Associazione Italia per la Ricerca sul Cancro) sul suo sito dichiara:

‘’È vero che, sulla base del China Study, ci sono prove scientifiche a sostegno di una dieta vegana per ridurre il rischio di cancro? NO, il China Study è stato ritenuto inattendibile dalla comunità scientifica e non vi sono studi a favore di una dieta che elimini totalmente le proteine di origine animale, in particolare i latticini.’’

Ed ancora:

‘’T. Colin Campbell, l’autore del China Study, ha pubblicato i risultati in un libro e non in riviste scientifiche i cui articoli sono sottoposti a valutazione tramite il metodo del peer-review […] Il China Study mescola indicazioni e dati corretti (come quelli sulla relazione tra consumo di carne rossa e lo sviluppo di alcuni tumori) con altre fantasiose: per questa ragione è un testo insidioso, oltre che inaffidabile […] Vi sono molte ragioni per cui la comunità scientifica non ritiene attendibili le conclusioni di questo studio così come sono esposte nel libro. La principale riguarda il metodo utilizzato per collegare le possibili cause con gli effetti […] Negli studi epidemiologici rigorosi i legami apparenti di causa ed effetto tra eventi (detti inferenze) sono scartati dagli esperti nel processo di revisione, ma questo non è accaduto nel caso del China Study, che non lo ha affrontato […] suggerire di eliminare i latticini perché sarebbero cancerogeni, conservando però le altre proteine di origine vegetale, non ha senso. Altri studi, tra l’altro, hanno identificato nel siero di latte alcune proteine che hanno l’effetto opposto, ovvero hanno proprietà antitumorali […] Il China Study ha anche altri difetti di metodo: per esempio mette in relazione un numero enorme di variabili (367, come si è detto, con oltre 8.000 diverse correlazioni) e ciò consente, con appropriati utilizzi della statistica e in assenza di studi di controllo, di dimostrare pressoché qualsiasi teoria preconcetta. Una giovane blogger americana, Denise Minger, ha trascorso circa un mese e mezzo ad analizzare i dati del China Study, valutandone tutte le correlazioni e producendo una critica precisa e puntuale delle molte affermazioni contenute nel libro. Minger è così diventata un punto di riferimento in materia anche per la comunità scientifica […] Nella maggior parte dei casi le affermazioni di Campbell e del suo libro non reggono alla prova dei numeri contenuti proprio negli studi che descrive […] In conclusione, quindi, si può scegliere di diventare vegani, ma al momento non vi sono prove che ciò sia utile o benefico dal punto di vista della salute.’’

Cominciamo con il chiederci intanto quale genere di concetto abbia l’AIRC riguardo alla ‘’comunità scientifica’’.

Ad onor del vero, i dati rilevati ed indicati da Campbell e colleghi negli studi descritti in quel libro di cui è co-autore vengono tenuti in seria considerazione e menzionati come riscontro oggettivo dagli ‘’addetti ai lavori’’ in quelle pubblicazioni censite nella letteratura scientifica, si veda, giusto a titolo di mero esempio, questi lavori [4-5-6-7-8-9].

Inoltre, sulla salubrità di una dieta incentrata esclusivamente su alimenti di origine vegetale si è espressa nel 2016, cioè tutto sommato pochi mesi fa, la più grande associazione al mondo di medici, ricercatori clinici, tecnici ed altri professionisti competenti in materia di nutrizione e salute umana [10] che alla luce delle evidenze scientifiche fino ad oggi acquisite ha dichiarato:

‘’E’ posizione dell’Academy of Nutrition and Dietetics che le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, nutrizionalmente adeguate e possono apportare benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Queste diete sono adatte in tutti gli stadi del ciclo vitale, inclusi la gravidanza, l’allattamento, la prima e la seconda infanzia, l’adolescenza, l’età adulta, per gli anziani e per gli atleti. Le diete a base vegetale sono maggiormente sostenibili a livello ambientale rispetto alle diete ricche di prodotti di origine animale, in quanto utilizzano quantità inferiori di risorse naturali e sono associate ad un minor danno ambientale. Vegetariani e vegani hanno un minor rischio di sviluppare determinate condizioni patologiche, tra cui malattie ischemiche cardiache, diabete di tipo 2, ipertensione, alcuni tipi di cancro, e obesità. Il ridotto apporto di grassi saturi e l’elevato consumo di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, derivati della soia, frutta secca e semi oleaginosi (tutti alimenti ricchi di fibre e sostanze fitochimiche) rappresentano le caratteristiche delle diete vegetariane e vegane responsabili di una riduzione del colesterolo LDL e di un miglior controllo glicemico. Questi fattori contribuiscono alla riduzione del rischio di sviluppare malattie croniche.’’

A conclusioni del tutto simili sono giunti anche alcuni dei più illustri e stimati esperti mondiali in nutrizione, come il Prof. Claus Leitzmann (dell’Institute of Nutritional Sciences, University of Giessen, Germania) ad esempio [11].

Uno studio recentemente pubblicato sul JAMA (la più autorevole rivista medica statunitense ed una delle importanti al mondo) ha rilevato che sostituire le proteine di origine animale con proteine di origine vegetale può ridurre il rischio di mortalità precoce [12]. I ricercatori hanno seguito le diete di ben 131 mila e 342 persone partecipanti al Nurses’ Health Study ed al Health Professionals Follow-up Study. L’assunzione di proteine animali ha fatto rilevare un’associazione significativa ad un aumentato rischio di morte per malattie, malattie cardiovascolari in particolare. Per contro, l’assunzione di proteine vegetali è stata associata ad un minor rischio di mortalità. Sostituire le proteine animali con proteine di origine vegetale ha dimostrato di invertire il rischio di mortalità per malattie, dimostrando il palese effetto divergente sulla salute dell’organismo umano.

 

Riferiscono i ricercatori:

 

”questi dati (di altri studi pubblicati in precedenza, ndr), insieme con i nostri attuali risultati, supportano l’importanza della scelta delle fonti proteiche per l’esito sulla salute nel lungo termine e suggeriscono che i vegetali costituiscono una fonte di proteine da preferire rispetto ad alimenti di origine animale.”

 

Per quanto riguarda le illazioni sul fatto che Campbell avrebbe pubblicato i risultati degli studi a cui stava prendendo parte solo in un libro e non su riviste di settore superando quel processo noto come ‘’revisione tra pari’’ (peer review), il lettore potrà facilmente verificare da sè l’infondatezza delle asserzioni dell’AIRC consultando ad esempio questi due papers di Campbell et al. [2-3].

Discutibili risultano anche le affermazioni della suddetta AIRC tese ad indicare presunti difetti di metodo statistico/analitici adottati da Campbell e colleghi.

Opportuno ricordare ancora che a questo monumentale progetto medico-scientifico, una vera e propria pietra miliare nella ricerca epidemiologica, presero parte equipe di scienziati della Cornell University, della Oxford University e dell’Accademia Cinese di Medicina Preventiva.

E’ vero che nell’insieme dei dati raccolti nel China Study alcune associazioni statisticamente significative, tra le circa 8 mila rilevate, sembravano non concordare con le ipotesi dei ricercatori, ma come riferiscono gli stessi:

‘’queste anomalie sono poche (all’interno dell’intero data set collezionato, ndr), tuttavia, specialmente considerando possibili variabili di fondo che confondono le analisi.’’ [2]

Curioso poi che l’AIRC indichi come ‘’riferimento della comunità scientifica’’ critica del China Study la signorina Denise Minger, non tanto perché la stessa risulta essere una semplice blogger e studentessa (io personalmente non sono tra quelli che ricusano le obiezioni mosse da una persona solo perchè estranea ad un determinato ambiente professionale e non ha pertanto maturato determinate competenze, preferisco infatti valutare in ogni caso la fondatezza ed il riscontro degli argomenti proposti da chi che sia). Più che altro penso sia sorprendente che una rinomata associazione come l’AIRC addebiti presunti difetti di metodo ad equipe di scienziati ricercatori con decenni di esperienza professionale all’attivo della loro carriera ed affiliati ad alcuni dei più prestigiosi centri accademici del mondo e poi assecondi l’analisi di una persona senza una determinata competenza che risulta in definitiva, come evidenziato da professionisti della ricerca epidemiologica, ‘’ultra semplificata’’ [13]. L’analisi critica della Minger, per quanto certamente meticolosa, appare ‘’al meglio grezza e preliminare’’ [13] e pertanto non riuscirebbe, così come proposta almeno, a superare un processo di peer review su una qualsiasi rivista di settore seria e rispettabile [14].

E dunque, sarebbe questa l’idea di ’’comunità scientifica’’ che l’AIRC avrebbe? Una studentessa che pubblica i suoi argomenti su un blog e che viene smentita (nel merito) dagli stessi membri della comunità scientifica? Verrebbe da chiedersi se all’AIRC abbiano realmente letto l’analisi della blogger Minger.

O forse l’AIRC si riferisce anche ai contenuti rappresentati dal Prof. Andrea Ghiselli?

Ghiselli ha definito il China Study come:

‘’uno studio propagandato dai vegani ma che è assolutamente superato’’ [15].

Ed ancora:

‘’È lo studio di un ricercatore e va contro tantissimi altri studi condotti nel mondo. È uno contro tutti, un pazzo che va contromano in autostrada. Il consumo di latte – che secondo il China Study sarebbe responsabile dell’insorgenza di tumori per colpa della caseina – è invece ufficialmente riconosciuto come un fattore protettivo verso le più importanti malattie cardiovascolari, il diabete, l’ipertensione e molti tipi di tumore.’’

Chi è Andrea Ghiselli?

Lo spiega Roberto La Pira (Giornalista) sulle pagine de ‘’il Fatto Alimentare’’ [16]:

‘’è un ricercatore dell’ex Inran, ora Crea Nutrizione , responsabile delle linee guida per una sana alimentazione degli italiani ed anche membro del comitato scientifico di Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane che raccoglie marchi come Ferrero, Barilla, Bauli…) […] Il medico viene considerato un “portavoce” ufficioso dell’ente di ricerca sulla nutrizione (Crea Nut) alle dipendenze del Ministero delle politiche agricole. La questione è che Ghiselli pur essendo un ricercatore pagato da un ente pubblico ha anche diverse consulenze e incarichi che lo hanno portato a lavorare a stretto contatto con l’industria alimentare. Per quanto riguarda la collaborazione con Aidepi il ricercatore  è stato retribuito fino a 8 mesi fa, come precisato in un articolo sul Corriere.it. Per capire meglio stiamo parlando delle aziende che hanno lanciato pochi giorni fa una campagna da 500 mila euro a favore dell’olio di palma su quotidiani come il Corriere della sera, La Repubblica,  La Stampa, Il Resto del Carlino… In questo contesto risulta alquanto curioso che Ghiselli venga intervistato come unico nutrizionista in un articolo del Corriere.it sulla questione dell’olio tropicale ed esprima un parere tutto sommato positivo.’’

La Pira riferisce anche che:

‘’Secondo le informazioni che abbiamo raccolto (Ghiselli, ndr) è membro anche del comitato scientifico di Assolatte (Associazione italiana lattiero casearia) e per la stessa associazione ha coordinato il periodico di notizie online “L’attendibile” scrivendo diversi articoli (l’ultima retribuzione risale al settembre 2014) e fa parte del comitato scientifico […] C’è di più, secondo quanto riportato in un’interrogazione presentata dall’onorevole Alessio Tacconi nel maggio 2014, Ghiselli ha avuto anche un rapporto di collaborazione con la Fondazione Danone. Questa partecipazione secondo quanto riportato in rete sul sito dell’Istituto Danone è ancora in essere. Non si tratta di una questione privata visto che il suo incarico all’interno del Crea Nut è di formulare un parere scientifico sull’olio di palma e di aggiornare le ‘nuove linee guida per una sana alimentazione degli italiani 2015’. Stiamo parlando del documento principale sul modo di alimentarsi degli italiani preso come modello di riferimento scientifico in tutte le diete e da tutti gli ospedali e dai dietisti oltre che dalle stesse aziende per definire i prodotti e i regimi alimentari. Per la cronaca va detto che il ricercatore ha fatto parte anche del gruppo di nutrizionisti che ha redatto l’edizione precedente. È legittimo chiedersi quale affidabilità e quale indipendenza possa avere una persona che da anni collabora, dietro compenso, con le principali aziende del settore alimentare. In politica si parla di conflitto di interessi e lo stesso vale anche nel mondo scientifico. Per concludere, Ghiselli è anche coordinatore scientifico del sito Merendineitaliane.it  (così almeno risulta dalla scheda sul sito). Si tratta di uno spazio finanziato dai principali produttori italiani di biscotti e merendine. A qualcuno tutto ciò può sembrare normale, a noi la questione risulta di una certa gravità.’’

In effetti, alcuni dei simposi che annoveravano tra i relatori anche il Prof. Ghiselli, come si legge nei documenti ufficiali, sono stati resi possibili grazie a:

‘’un supporto economico incondizionato di Granarolo S.p.A., Parmalat S.p.A., Danone S.p.A., Nestlè Italiana S.p.A. e Soremartec Italia S.r.l.’’. [17]

Tra i vari conflitti di interessi riferiti in questo documento [17], che riguardano diversi dei relatori presenti, è interessante notare quello della stessa associazione no profit responsabile dell’organizzazione del simposio, la Nutrition Foundation of Italy (NFI) ‘’supportata da 17 aziende alimentari, alcune delle quali con interessi nei prodotti del latte e della sua filiera’’.

Piuttosto facile immaginare i contenuti espressi dai relatori in questione nel suddetto documento di analisi inerente gli effetti del latte vaccino sulla salute umana.

Che l’industria alimentare, e quella produttrice di carne e derivati animali come il latte non fa certamente eccezione, abbia nel corso degli anni influenzato pesantemente finanche gli esiti delle ricerche scientifiche è cosa ben nota [18-19] e denunciata dagli stessi membri della comunità medico-scientifica [20-21-22].

‘’E’ vero che le aziende alimentari hanno deliberatamente deciso di manipolare la ricerca a loro favore? Sì, e la pratica continua’’, dichiara Marion Nestle, Docente Accademica presso il Department of Nutrition, Food Studies, and Public Health della New York University (U.S.A.) [19].

Sarebbe interessante appurare se anche quegli studi, o almeno alcuni di essi, che hanno esaminato i presunti effetti positivi esercitati dal latte animale sull’organismo umano, a cui allude l’AIRC ed anche qualcun altro [23], abbiano avuto come sponsor e finanziatore l’industria alimentare o se gli autori siano in qualche modo legati da rapporti con essa. In effetti, ad una prima verifica delle fonti citate nella bibliografia referenziata da un altro critico del China Study [23] ho potuto averne evidente conferma [24]:

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Sono diversi gli studi indipendenti che hanno effettivamente rilevato un potenziale effetto dannoso per la salute umana cagionato da un considerevole consumo di latte che, inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da qualcuno, non proteggerebbe in età adulta dal rischio di fratture ossee [25-26-27-28-29-30].

Walter Willett, uno dei più illustri ricercatori nutrizionisti della Harvard University, ed alcuni dei suoi colleghi hanno dichiarato:

‘’In ben nove separati studi, il più forte e consistente fattore dietetico associato al cancro alla prostata era rappresentato dall’alto consumo di latte e prodotti caseari.’’ [28]

Certo, una conclusione definitiva sui reali effetti che latte e prodotti caseari sortirebbero sulla salute delle persone, specie nel lungo termine, non è stata ancora concordata ed espressa. Ma il peso delle prove fino ad oggi raccolte suggerirebbe che:

‘’i benefici nutrizionali ottenuti da un alto consumo di latte non supererebbero le sue conseguenze negative.’’  [27].

In altre parole, più latte e suoi derivati si consumano maggiore potrebbe essere il rischio di andare incontro a serie conseguenze per la salute.

Un altro critico del China Study è Attilio Speciani, Medico e Docente di nutrizione per Medici e Farmacisti nei corsi di Fitoterapia dell’Università di Bologna e Milano. Speciani, riportando i risultati di uno studio pubblicato sulle pagine del JAMA [31], ha affermato che:

‘’I cinesi del China Study stanno diventando tutti diabetici […] i cinesi dello studio sono cresciuti, e anziché camminare e lavorare nelle campagne hanno iniziato a vivere in città, continuando a mangiare, come tradizione, i loro elevati livelli di carboidrati, riducendo le proteine come Campbell ci vorrebbe portare tutti a fare. Con conseguenze disastrose.’’ [32]

Affermazioni fuorvianti, su diversi livelli, ancorchè Speciani omette di riferire dettagli che risultano in ultima istanza non proprio irrilevanti per l’intera visione d’insieme della realtà presa in esame.

E’ vero che oltre 113 milioni di cinesi risultino affetti da diabete ed oltre 493 milioni siano in condizioni di pre-diabete [31], ma quello che è importante precisare è che i cambiamenti legati allo stile di vita di moltissimi cittadini cinesi che dalle zone rurali si sono trasferiti nelle mega città del gigante asiatico riguardano anche le abitudini alimentari che da diversi anni stanno interessando colossi demografici come appunto la Cina e, ad esempio, anche l’India [33]. Infatti, se un tempo l’alimentazione tradizionale cinese si basava su un grande consumo di alimenti di origine vegetale, come il riso, con la massiccia crescita economica i cinesi hanno cambiato progressivamente le proprie abitudini alimentari, richiedendo maggiormente prodotti alimentari di origine animale come la carne [34]. Questo dato sarebbe coerente con quei numerosi studi (condotti anche da ricercatori cinesi) che hanno appurato come il consumo di carne rappresenti un serio e potenziale fattore di rischio per l’incidenza di diabete [35-36-37-38], contrariamente ad una dieta basata su alimenti di origine vegetale che ridurrebbe invece questo rischio [39]. Ecco perché le nuove linee guida governative cinesi hanno come obiettivo il dimezzamento del consumo di carne tra i cittadini cinesi: da un lato per contrastare la pesante e negativa impronta ambientale che comporta la produzione di alimenti di origine animale, provando a mitigare quindi le considerevoli emissioni di gas serra ad essa associate, dall’altro per provare a rimediare alla conclamata epidemia di obesità e diabete che interessa lo stato asiatico [34].

 

Altro da aggiungere?

 

30 settembre 2017

 

Alfredo Lio

 

Bibliografia:

[1] Campbell, T, M. & Campbell, T, C. The China Study. First Edition 2005.

[2] Campbell, T, C. et al. Diet, lifestyle, and the etiology of coronary artery disease: the Cornell China study. Am J Cardiol. 1998 Nov 26;82(10B):18T-21T. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9860369

[3] Campbell, T, C. & Junshi, C. Diet and chronic degenerative diseases: perspectives from China. Am J Clin Nutr. 1994 May;59(5 Suppl):1153S-1161S. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8172116

[4] Mishra, S. et al. A multicenter randomized controlled trial of a plant-based nutrition program to reduce body weight and cardiovascular risk in the corporate setting: the GEICO study. Eur J Clin Nutr. 2013 Jul;67(7):718-24. doi: 10.1038/ejcn.2013.92. Epub 2013 May 22. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3701293/

[5] Massera, D. et al. A Whole-Food Plant-Based Diet Reversed Angina without Medications or Procedures. Case Rep Cardiol. 2015;2015:978906. doi: 10.1155/2015/978906. Epub 2015 Feb 10. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25755896

[6] Ferdowsian, H, R. & Barnard, N, D. Effects of Plant-Based Diets on Plasma Lipids. Am J Cardiol. 2009 Oct 1;104(7):947-56. doi: 10.1016/j.amjcard.2009.05.032. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19766762

[7] Ohukainen, P. If the wheel ain’t broke, don’t reinvent it. Lipids Health Dis. 2013 Apr 11;12:51. doi: 10.1186/1476-511X-12-51. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23577775

[8] Lanou, A, J. & Svenson, B. Reduced cancer risk in vegetarians: an analysis of recent reports. Cancer Manag Res. 2010 Dec 20;3:1-8. doi: 10.2147/CMR.S6910. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21407994

[9] Machovina, B. et al. Biodiversity conservation: The key is reducing meat consumption. Sci Total Environ. 2015 Dec 1;536:419-31. doi: 10.1016/j.scitotenv.2015.07.022. Epub 2015 Jul 29. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26231772

[10] Melina, V. et al. Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Acad Nutr Diet. 2016 Dec;116(12):1970-1980. doi: 10.1016/j.jand.2016.09.025. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27886704

[11] Leitzmann, C. Vegetarian diets: what are the advantages? Forum Nutr. 2005;(57):147-56. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15702597

[12] Song, M. et al. Association of animal and plant protein intake with all-cause and cause-specific mortality. JAMA Intern Med. 2016 Oct 1;176(10):1453-1463. doi: 10.1001/jamainternmed.2016.4182. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27479196

[13] In Reply to: The China Study raw data yet again misinterpreted. Vegsource, July 11, 2010. http://www.vegsource.com/talk/raw/messages/100021596.html

[14] China Study Author Colin Campbell Slaps Down Critic. Vegsource. http://www.vegsource.com/news/2010/07/china-study-author-colin-campbell-slaps-down-critic-denise-minger.html

[15] Dell’Amico, M. Il China Study è una mega-bufala. “Ecco perché”. Wired.it, 8 mag. 2014. https://www.wired.it/lifestyle/food/2014/05/08/il-china-study-e-una-mega-bufala-ecco-perche/

[16] La Pira, R. Andrea Ghiselli responsabile Linee guida per una sana alimentazione è consulente dell’industria alimentare? Conflitto di interessi. Il Fatto Alimentare.it, 9 settembre 2015. http://www.ilfattoalimentare.it/andrea-ghiselli-inran-crea-nut-conflitto-interessi.html

[17] Marangoni, F. et al. Il latte vaccino. Ruolo nell’alimentazione umana ed effetti sulla salute. Nutrition Foundation of Italy, 2016. http://nut.entecra.it/files/download/NEWS/il_latte_vaccino_10072017.pdf

[18] Pippus, A. Dairy Industry Funds Research Saying Dairy Is Good; Researcher Denies Documented Ties. HuffPost, 6/11/2017. http://www.huffingtonpost.com/entry/dairy-industry-funds-research-saying-dairy-is-good_us_593d6aaae4b0b65670e56b7e

[19] Moodie, A. Before you read another health study, check who’s funding the research. The Guardian, 12 december 2016. https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2016/dec/12/studies-health-nutrition-sugar-coca-cola-marion-nestle

[20] Lesser, L, I. et al. Relationship between funding source and conclusion among nutrition-related scientific articles. PLoS Med. 2007 Jan;4(1):e5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17214504

[21] Nestle, M. Corporate Funding of Food and Nutrition Research: Science or Marketing? JAMA Intern Med. 2016 Jan;176(1):13-4. doi: 10.1001/jamainternmed.2015.6667. http://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2471609

[22] Barnard, N, D. et al. The Misuse of Meta-analysis in Nutrition Research. JAMA. Published online September 18, 2017. doi:10.1001/jama.2017.12083. http://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2654401

[23] Sottile, P. Il China Study e la caseina. Italia unita per la scienza, 11 maggio 2014. http://italiaxlascienza.it/main/2014/05/il-china-study-e-la-caseina/

[24] Parodi, P, W. A role for milk proteins and their peptides in cancer prevention. Curr Pharm Des. 2007;13(8):813-28. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17430183

[25] Aune, D. et al. Dairy products, calcium, and prostate cancer risk: a systematic review and meta-analysis of cohort studies. Am J Clin Nutr. 2015 Jan;101(1):87-117. doi: 10.3945/ajcn.113.067157. Epub 2014 Nov 19. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25527754

[26] Song, Y. et al. Whole milk intake is associated with prostate cancer-specific mortality among U.S. male physicians. J Nutr. 2013 Feb;143(2):189-96. doi: 10.3945/jn.112.168484. Epub 2012 Dec 19. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23256145

[27] Ludwig, D, S. & Willett, W, C. Three daily servings of reduced-fat milk: an evidence-based recommendation? JAMA Pediatr. 2013 Sep;167(9):788-9. doi: 10.1001/jamapediatrics.2013.2408. https://archpedi.jamanetwork.com/article.aspx?doi=10.1001/jamapediatrics.2013.2408

[28] Willett, W. et al. Eat, Drink, and be Healthy: The Harvard Medical School Guide to Healthy Eating. Ed: Simon and Schuster, 2001 (pag. 145-146).

[29] Gonzales, J, F. et al. Applying the precautionary principle to nutrition and cancer. J Am Coll Nutr. 2014;33(3):239-46. doi: 10.1080/07315724.2013.866527. Epub 2014 May 28. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24870117

[30] Michaëlsson, K. et al. Milk intake and risk of mortality and fractures in women and men: cohort studies. BMJ. 2014 Oct 28;349:g6015. doi: 10.1136/bmj.g6015. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25352269

[31] Xu, Y. et al. Prevalence and control of diabetes in Chinese adults. JAMA. 2013 Sep 4;310(9):948-59. doi: 10.1001/jama.2013.168118. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24002281

[32] Speciani, A. I cinesi del China Study stanno tutti diventando diabetici. Eurosalus, 16 settembre 2013. http://www.eurosalus.com/diabete/china-study-cinesi-epidemia-di-diabete

[33] Hoag, H. Humans are becoming more carnivorous. Study reveals global shift towards animal-based diet — a bad omen for the environment. Nature, 2 december 2013. https://www.nature.com/news/humans-are-becoming-more-carnivorous-1.14282

[34] Milman, O. & Leavenworth, S. China’s plan to cut meat consumption by 50% cheered by climate campaigners. The Guardian, 20 June 2016. https://www.theguardian.com/world/2016/jun/20/chinas-meat-consumption-climate-change

[35] Barnard, N. et al. Meat consumption as a risk factor for type 2 diabetes. Nutrients. 2014 Feb 21;6(2):897-910. doi: 10.3390/nu6020897. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24566443

[36] Malik, V, S. et al. Dietary protein intake and risk of type 2 diabetes in US men and women. Am J Epidemiol. 2016 Apr 15;183(8):715-28. doi: 10.1093/aje/kwv268. Epub 2016 Mar 28. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27022032

[37] Tian, S. et al. Dietary Protein Consumption and the Risk of Type 2 Diabetes: A Systematic Review and Meta-Analysis of Cohort Studies. Nutrients. 2017 Sep 6;9(9). pii: E982. doi: 10.3390/nu9090982. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28878172

[38] Talaei, M. et al. Meat, dietary heme iron and risk of type 2 diabetes: The Singapore Chinese Health Study. Am J Epidemiol. 2017 May 23. doi: 10.1093/aje/kwx156. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28535164

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