Sperimentazione animale nella ricerca biomedica e tossicologica. In risposta alle dichiarazioni del Dr Giuliano Grignaschi.

Recentemente, il Dr Giuliano Grignaschi, segretario generale di ”Research4life”, ha rilasciato delle dichiarazioni in risposta ad alcune domande inerenti all’annoso, complesso e delicato tema della ”sperimentazione animale” [1]. Sebbene si possa convenire che le domande in questione prese in esame siano state poste in effetti in maniera non propriamente corretta, numerose (e clamorose) risultano essere le incongruenze e le inesattezze ravvisabili negli argomenti proposti dal Dr Grignaschi, ben lontani, come si vedrà, dall’essere obiettivi e fondati.

 

Di seguito verranno riporti i contenuti indicati dal suddetto segretario generale di R4L a cui si replicherà cercando di fornire opportune delucidazioni corroborate dal fondamentale riscontro bibliografico che il lettore potrà tranquillamente verificare da sè.

 

1° domanda analizzata dal Dr Grignachi:

 

”Perché la sperimentazione animale non è mai stata validata mentre molti metodi sostitutivi hanno superato delle apposite prove e sono registrati da un apposito organo europeo?”

 

La sua risposta:

 

”Non solo la sperimentazione animale è stata validata, ma è anche il termine di paragone ed eventuale validazione  dei metodi alternativi alla stessa. Il termine validazione ha un significato particolare che si riferisce ad un processo in cui un nuovo metodo viene paragonato a quello già in uso per verificare che dia risultati uguali o migliori. Se il nuovo metodo si dimostra migliore viene adottato, altrimenti no; per quanto riguarda i “metodi alternativi alla sperimentazione animale” infatti, il percorso di validazione consiste nel paragonarli al modello animale usato fino ad oggi e nel verificare che diano risultati ugualmente o maggiormente affidabili. Il modello animale quindi è considerato da sempre il modello di riferimento sul quale vengono effettuate le validazioni dei nuovi modelli e la sua “validità” (cosa diversa dalla validazione) è testimoniata da centinaia di anni di attività scientifica e dai progressi e successi della medicina.”

 

La replica:

 

Contrariamente a quanto dichiarato dal Dr Grignaschi, molti degli attuali protocolli sperimentali condotti su ”modelli animali”, se non tutti, non sono mai stati sottoposti ad una convalida scientifica indipendente [2-3-4-5-6], motivo per cui, come dichiarato dai ricercatori e riferito nella letteratura di settore, ”la razionalità del loro uso non è pertanto basata su dati scientifici” [6]. Per ”validazione”, in questo caso, si intende ”un processo in cui la base scientifica e la riproducibilità di un sistema di test, e la capacità predittiva di un modello di predizione associato, vengono sottoposte ad una valutazione indipendente” [7]. Gli attuali protocolli previsti per il percorso di validazione di un candidato test alternativo destinato a sostituire il suo corrispettivo basato su animale vengono fortemente criticati dagli stessi scienziati ricercatori, in quanto tale iter contempla il confronto dei risultati del test ”alternativo” con il ”gold standard”, come vengono definiti i mai validati test ”animal-based” che possono fuorviare per via della loro discutibile rilevanza per la specie umana, e questo ha motivato nuove proposte di strategie di validazione alternative e più efficienti [8-9-10-11]. Inoltre, benchè la sostituzione degli studi animali con metodi alternativi/sostitutivi sia prevista e venga auspicata nelle più recenti normative nazionali ed internazionali, quando questo è possibile, si veda ad esempio la direttiva dell’UE 63/2010 [12], e nonostante siano già disponibili alcuni di questi metodi alternativi/sostitutivi human-based validati dagli enti preposti, metodi di prova sperimentale che hanno dimostrato di essere più affidabili ed accurati nel fornire risposte rilevanti per la specie umana rispetto ai test animali, non risulta che tali strumenti innovativi di ricerca siano stati adottati ed abbiano sostituito il tradizionale test animale di riferimento, come nel caso del test dei pirogeni [13], cosa che ha portato alcuni dei più illustri membri della comunità scientifica biomedica e tossicologica ad utilizzare la parola ”SCANDALO” per ragioni che dovrebbero essere fin troppo ovvie oltre che largamente condivise [13]. Affermare poi che la ”validità della sperimentazione animale è testimoniata da centinaia di anni di attività scientifica e dai progressi e successi della medicina” può essere considerata niente più che un’asserzione di tipo aneddotico, già ritenuta inadeguata, nelle more del dibattito scientifico, come evidenza probatoria [14-15]. Tra l’altro, non poche volte agli studi animali vengono attribuiti meriti ingiustificati per quanto concerne il progresso medico umano [16].

 

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Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

2° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

”E’ vero che più della metà dei farmaci che arrivano sul mercato presenta almeno un effetto collaterale che non era stato registrato nell’animale?”

 

La sua risposta:

 

”E’ impossibile stabilire tutti gli effetti collaterali di un farmaco solo con il modello animale, ma con la sperimentazione si escludono quelli più gravi che, altrimenti, scopriremmo direttamente nella fase successiva, ovvero quella con persone volontarie sane. Il percorso di immissione in commercio di un farmaco è lungo e complesso e prevede l’utilizzo di modelli sempre più precisi che possiamo paragonare a dei setacci con maglie sempre più fini. Si inizia dai modelli “in-vitro” e “in-silico” (che vengono erroneamente definiti metodi alternativi ma che in realtà sono metodi complementari) con i quali si selezionano le molecole più promettenti; subito dopo si passa ai modelli pre-clinici “in-vivo” (modelli animali) nei quali circa il 90% delle molecole selezionate nella fase precedente vengono scartate perché troppo tossiche o perché non attive. Da qui in poi si passa ai test nell’uomo, partendo dalla Fase 1 in soggetti sani; l’obiettivo della fase 1 è proprio quello di valutare eventuali effetti collaterali che tutti i modelli precedenti (in-vitro, in-silico e in-vivo) possono non aver mostrato. Questo punto è cruciale poiché le tossicità gravi sono già state evidenziate in precedenza e quindi si può arrivare alla fase 1 nei volontari sani con un buon grado di sicurezza; la prova è data dal fatto che circa il 90% delle molecole che arrivano al modello animale dopo aver superato tutti gli altri test, vengono scartate anche per la loro tossicità. Poi c’è la fase 2 in volontari affetti dalla patologia per cui il potenziale farmaco è stato studiato, in cui si inizia a studiare la sua efficacia reale nell’uomo. Poi c’è la fase 3 in cui la domanda è: ”ma quanto è efficace il nuovo farmaco? Più o meno di quelli già in commercio?”.  Se un candidato farmaco supera in modo positivo tutte queste fasi, tutte obbligatorie, può essere immesso in commercio ma è evidente che ogni fase può essere affrontata solo se la precedente ha avuto esito positivo. Dopo che il farmaco è messo in commercio inizia la fase di farmacovigilanza in cui si analizzano eventuali effetti avversi riscontrati in piccolissimi numeri di pazienti con caratteristiche particolari, tra le centinaia di migliaia di persone che assumono quel farmaco.”

 

La replica:

 

Come si produce un farmaco?

 

All’interno dello sviluppo farmacologico (drug development), ogni nuovo farmaco, per ottenere il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio, deve attraversare un determinato percorso di sperimentazione: fasi precliniche e fasi cliniche. Le fasi precliniche prevedono studi iniziali ‘’in silico’’, poi ‘’in vitro’’ su cellule e tessuti, e, successivamente, “in vivo” sui cosiddetti “modelli animali”. Negli attuali test preclinici in vivo si sperimenta il candidato farmaco su ALMENO 2 specie di mammiferi, una roditore (quasi sempre topi e ratti) ed una non roditore (cani, ma anche primati non-umani ed altri animali ancora). Sulla base dei risultati rilevati sui modelli animali, ricercatori, aziende produttrici ed enti regolatori valutano se sia il caso di procedere alle sperimentazioni su esseri umani nei trial clinici (fase 0, introdotta da qualche anno, fase 1, 2 e 3). Queste sono le fasi ‘’pre-marketing’’, cioè fasi di sperimentazione farmacologica condotte prima dell’eventuale commercializzazione. Tuttavia, la vera ”prova del 9” di ogni nuovo farmaco resta, ad oggi, la fase 4 (‘’phase IV’’), ovvero quella della commercializzazione (o “post-marketing”). Infatti, solo su una vasta porzione di popolazione umana si potrà stabilire con più accuratezza il reale profilo di efficacia e sicurezza del prodotto (questo per via della potenziale variabilità di risposta intra-specie al medesimo farmaco, è comprovato che ci sono variazioni di risposta alla medesima perturbazione a cui vengono sottoposti membri della stessa specie, perfino i gemelli omozigoti possono rispondere differentemente allo stesso farmaco). Questo è l’iter stabilito e disciplinato da normative e linee guida vigenti in tutti quei paesi al mondo, da oriente ad occidente, che hanno sottoscritto trattati internazionali ed intendono immettere farmaci sul mercato mondiale. Nessun farmaco può essere commercializzato nel mondo senza aver superato il suddetto iter di sviluppo. Tuttavia, oggi è generalmente riconosciuto tra le istituzioni preposte che l’iter di sviluppo sopra descritto risulta essere altamente inefficiente, inaffidabile e decisamente poco produttivo in termini di risultati utili (considerando nondimeno le ingenti risorse investite nei progetti di ricerca) [17-18-19-20]. E’ stato stimato infatti che di circa 5.000 – 10.000 nuove entità chimiche (NCEs), note anche come nuove entità molecolari (NMEs), scoperte in laboratorio, solo 1 riesce ad ottenere l’approvazione per il mercato [21]. Il 95-97% dei farmaci sperimentali che hanno dimostrato di essere sicuri ed efficaci su animali fallisce la traduzione su esseri umani [22-23], principalmente a causa di inefficacia o tossicità, ovvero esiti del tutto divergenti tra animali ed esseri umani [24-25]. E’ plausibile ritenere che gli studi animali abbiano contribuito in una qualche misura a scremare composti potenzialmente tossici per gli esseri umani. Tuttavia, quanti composti farmacologici potenzialmente efficaci e sicuri ad uso umano, se non salva vita, sono stati eliminati precocemente dal processo di sviluppo perché i fuorvianti dati animali non giustificavano le successive sperimentazioni su esseri umani? Questa è una lacerante consapevolezza generalmente diffusa tra gli ‘’addetti ai lavori’’ [26-27-28]. Del resto, i motivi principali alla base dell’elevatissimo tasso di fallimento rilevato nel processo di sviluppo farmacologico, come si è visto, vengono attribuiti anche alle acclarate differenze tra specie [17]. Quindi, nessuno può affermare con certezza che quel 90% circa di molecole studiate in un primo momento in silico ed in vitro e risultate successivamente inefficaci o tossiche su animali si sarebbero dimostrate tali e nella stessa percentuale anche su esseri umani, chiediamoci piuttosto quanti farmaci utili da destinare alle esigenze dei milioni di malati che attendono validi trattamenti terapeutici in tutto il mondo non sono purtroppo ancora disponibili a causa dell’inadeguatezza degli studi animali nel prevedere in maniera adeguata gli esiti umani di riferimento. Infine, il 50% circa dei farmaci commercializzati sono stati associati a Gravi Reazioni Avverse (Adverse Drugs Reactions) nella popolazione [29-30], effetti collaterali che non erano stati previsti durante le fasi di sperimentazione pre-marketing. Gli studi animali si sono dimostrati piuttosto scarsi nel prevedere in maniera accurata la tossicità farmacologica umana [31-32-33]. Appare quindi evidente che risultano necessari ed urgenti metodi maggiormente predittivi dell’esperienza umana.

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

3° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Se la sperimentazione animale è affidabile, perché è necessario poi sperimentare nell’uomo, spesso con gravi pericoli per la sua salute?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Abbiamo già descritto precedentemente il percorso di sviluppo di un farmaco quindi riteniamo di aver risposto a questa domanda; va però sottolineato che se non usassimo il modello animale prima di passare all’uomo, invece di avere “spesso” dei rischi, li avremmo “sempre”. Quello che quindi va valutato è il livello di rischio che la nostra società è disposta a correre pur di non utilizzare più il modello animale. Chi farà il volontario sano in cui verranno identificate le tossicità che oggi vediamo sempre nel modello animale?’’

 

La replica:

 

‘’ We do trials in people because animal models do not predict what will happen in humans.’’

 

Tradotto:

 

‘’Facciamo prove sperimentali sulle persone perché i modelli animali non prevedono quello che accadrà con gli esseri umani.’’

 

A riconoscerlo è stata la Dr.ssa Sally Burtles (stimata ricercatrice che, tra l’altro, lavora con modelli animali e da sempre è favorevole al loro utilizzo nella ricerca biomedica) [34]. Un’affermazione oltremodo eloquente e riportata diverse volte nella letteratura scientifica [35-36-37]. Certo, sperimentare un nuovo farmaco direttamente su esseri umani senza prima averlo sottoposto a ‘’filtri’’ di sperimentazione realmente affidabili esporrebbe i volontari umani a rischi ancora più elevati. Il punto è che i modelli animali non rappresentano un valido filtro con cui scremare in maniera efficiente potenziali molecole tossiche per le persone; la tossicità non rilevata nelle fasi sperimentali precedenti a quelle umane, si ricorda ancora una volta, è una delle due ragioni principali per cui composti promettenti falliscono nel processo di sviluppo. Approcci di ricerca preclinica più predittivi rispetto a quelli tradizionali ‘’in vitro’’ (maggiormente 2D) ed ‘’in vivo’’ (cioè modelli animali) vengono auspicati e sviluppati dagli addetti ai lavori con l’obiettivo di ridurre i risultati negativi attribuibili principalmente all’inadeguatezza dei predetti metodi preclinici [17-38-39].

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

4° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’E’ ancora accettabile ai giorni nostri che si sperimenti su volontari (spesso costretti a farlo per condizioni di estrema povertà), esponendoli a rischi gravissimi, come è successo con il farmaco TGN1412, che ha mandato in coma i volontari e provocato loro gravi lesioni d’organo?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Questa domanda è in evidente contrasto con la precedente; se vogliamo tutelare i volontari sani al massimo delle nostre capacità, non possiamo eliminare il modello animale.’’

 

La replica:

 

I modelli animali non riescono a scongiurare in maniera adeguata i possibili rischi per i volontari sani che decidono di sottoporsi a sperimentazione farmacologica. Questo dato è essenzialmente il motivo per cui il cosiddetto ‘’consenso informato’’ è stato messo in discussione [40]. Se si vuole tutelare realmente l’incolumità e la salute degli esseri umani durante le fasi cliniche di sperimentazione si devono promuovere ed implementare metodi preclinici più affidabili e di reale rilevanza umana.

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

5° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Che senso ha dire che bisogna sperimentare su più specie animali, ben sapendo che così è, ergeranno risultati in cui vi sarà tutto e il contrario di tutto e dovremo scartare tutti i farmaci, dato che risulteranno prima o poi dannosi in almeno una specie animale? (basti pensare che l’Amanita Phalloides è un fungo edibile per il coniglio, mentre per noi è letale)’’

 

La sua risposta:

 

‘’La scelta del modello animale di riferimento non è casuale come sembra suggerire la domanda. Il modello animale varia da studio a studio proprio perché ogni specie condivide con l’uomo alcuni aspetti specifici (non tutti) che possono essere studiati. Testare su più specie quindi significa verificare aspetti diversi in specie diverse, per poi unire i risultati a quelli ottenuti con i metodi complementari e arrivare all’uomo con il massimo grado di sicurezza. E’ quella che in gergo viene definita una strategia di test integrata. Sapere che in una specie, che condivide alcuni aspetti con l’uomo, un composto è tossico serve a capire meglio il suo funzionamento.’’

 

La replica:

 

Nel 2002, un Toxicology Working Group (UK House of Lords, Select Committee on Animals in Scientific Procedures), dichiarò quanto segue:

‘’Usare due specie nei test di sicurezza non è una pratica scientificamente giustificabile, ma piuttosto il riconoscimento del problema delle differenze tra specie nell’estrapolare risultati dai test animali onde prevedere gli effetti sugli esseri umani […] l’affidabilità e la rilevanza di tutti i test esistenti condotti su animali dovrebbero essere riviste con urgenza.’’ [41]

Si ricorda ancora una volta che, nonostante attualmente vengano impiegate diverse specie animali all’interno del processo di sviluppo farmacologico, il tasso di fallimento dei candidati farmaci testati su esseri umani si attesta tra il 95 ed il 97%.

Che i modelli animali possano essere considerati nel migliore dei casi un’approssimazione grezza e poco accurata della malattia umana sotto studio è cosa ben nota. Si consideri ad esempio il modello animale più utilizzato per diversi anni nelle ricerche sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica: il modello murino SOD1-G93A. Nonostante questo modello animale sia stato considerato quello più indicato per gli studi del caso e nonostante siano state decine le strategie terapeutiche sperimentali testate con successo su questo topo transgenico (cioè geneticamente modificato per ricapitolare in maniera quanto più vicina possibile la condizione patologica umana), oggi viene generalmente riconosciuto che la traduzione farmacologica per il trattamento clinico dei malati affetti da SLA è stata seriamente ostacolata dall’utilizzo di modelli animali su cui testare i candidati farmaci [42-43-44-45]. E, purtroppo, questo non è il solo caso che può essere indicato.

Il Dr James Bennett (ALS Worldwide’s Chief Scientific Advisor) ha recentemente dichiarato:

‘’Potrebbe essere giunto il momento di superare i costosi e problematici modelli animali di malattie umane. La disponibilità di linee cellulari indotte di origine umana sta guidando nuovi approcci di ricerca con grandi promesse. I pazienti dovrebbero cominciare a chiedere prove più convincenti rispetto a quelle di efficacia rilevate su animali, prima di accettare di partecipare in futuro a qualsiasi sperimentazione farmacologica”. [46]

Anche quando si utilizzano animali geneticamente più simili all’uomo, come nel caso dei primati non-umani, ed anche quando si ritiene che il target molecolare sotto studio sia il medesimo tra specie, è stato dimostrato che il modello animale può rivelarsi in ogni caso inaffidabile [47].

Alla crescente disillusione riguardo al valore di topi e ratti nel modellare adeguatamente la malattia umana in questione e nel fornire risposte tossicologiche affidabili da poter estrapolare agli esseri umani, si aggiunga anche la consapevolezza, più o meno dichiarata, che tali animali, che rappresentano circa il 90% o poco più di quelli utilizzati nella ricerca biomedica e tossicologica, vengono utilizzati più che altro per ragioni pratiche e non perché rappresentino validi modelli per l’essere umano [48-49-50].

 

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Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

 

6° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’ Cosa ne pensa del fatto che la penicillina, capostipite di tutti gli antibiotici, fosse letale per le cavie? E’ vero che se a quei tempi ci fossimo affidati alla sperimentazione animale ora non avremmo nessun antibiotico? Quanti altri farmaci abbiamo scartato perchè nocivi per le cavie e per altri animali ?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Quanto affermato sulla penicillina è falso. Sulla base di quanto detto sin qui, credo appaia evidente che è assolutamente normale che una molecola possa essere tossica in un organismo e non in un altro. Ciò che è fondamentale è conoscere il meccanismo su cui la molecola agirà e valutarlo nella specie in cui questo meccanismo è rappresentato in maniera simile all’uomo (se si vogliono fare studi utili all’uomo). La penicillina quindi nella cavia (intesa nel senso di specie animale) ha un effetto ma nel topo ne ha un altro e, per la valutazione del suo meccanismo d’azione, è quest’ultimo il modello corretto per l’uomo.  Da ultimo, la domanda è profondamente scorretta poiché “a quei tempi” la sperimentazione animale era molto più ampia di oggi ed è stata fatta anche per la penicillina.’’

 

La replica:

 

Anche se la penicillina venne testata con esiti positivi sui topi, durante lo sviluppo finale, la sua storia viene generalmente riconosciuta come un classico caso di ”serendipità” (ovvero una serie di circostanze fortuite, dovute al caso, che hanno portato ad una felice scoperta), ben lontano dal poter essere considerato oggettivamente come esempio di test razionale di previsione programmato e predittivo condotto su animali [51-52-53]. Interessante (ed indicativo) cosa ebbero a dichiarare gli stessi Sir Howard Walter Florey e Sir Alexander Fleming (premi Nobel e co-autori della scoperta della penicillina insieme a Sir Ernst Boris Chain):

‘’I topi sono stati utilizzati per le prove iniziali di tossicità a causa delle loro piccole dimensioni, ma che caso fortunato è stato. Perchè l’uomo, in questo caso, reagisce come il topo e non come la cavia (guinea pig – porcellino d’India, ndr). Se avessimo usato esclusivamente cavie, avremmo dovuto dire che la penicillina era tossica e probabilmente non si sarebbe potuto procedere per cercare di superare le difficoltà di produzione della sostanza per il processo nell’uomo.’’

 

(Sir Howard Walter Florey) [53]

 

‘’Che fortuna non aver avuto questi tests su animali nel 1940, perchè per la penicillina probabilmente non sarebbe mai stata concessa una licenza, e forse l’intero campo degli antibiotici non sarebbe mai stato realizzato.’’

 

(Sir Alexander Fleming) [54]

 

Anche le pubblicazioni scientifiche sovvenzionate dall’industria farmaceutica confermano ampiamente questo dato storico. Koppanyi ed Avery, ad esempio, hanno affermato a tal riguardo:

‘’Se fosse stata testata nei Porcellini d’India o nei Criceti Siriani, la penicillina sarebbe stata scartata.’’ [55]

La Dr.ssa Aysha Akhtar, Neurologa, Specialista di Salute Pubblica e membro della US FDA (organismo di farmacovigilanza degli U.S.A.) ha affermato:

‘’Molti farmaci utili assunti in modo sicuro dagli esseri umani per decenni, come l’aspirina e la penicillina, oggi potrebbero non essere disponibili se i requisiti normativi attuali che richiedono estensiva sperimentazione sugli animali fossero stati in vigore durante il loro sviluppo.’’ [56]

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

7° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Ha senso sperimentare malattie croniche o che insorgono dopo decenni, come i tumori, in animali come i topi, che vivono circa due anni?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Usare modelli animali con aspettative di vita brevi (due/tre anni per i topi, ad esempio) ha particolarmente senso nello studio delle malattie croniche che, altrimenti, impiegheremmo troppo tempo ad analizzare. Utilizzando il modello topo (quando rappresenta bene il meccanismo di interesse) si riesce a vedere in tempi molto brevi ciò che in altre specie vedremmo in tempi molto lunghi; questi animali infatti hanno un metabolismo molto accelerato e riassumono bene in moltissimi casi ciò che in altri animali richiede molto più tempo.’’

 

La replica:

 

In effetti, l’inaffidabilità del ricreare artificialmente, ed in maniera piuttosto grossolana, malattie umane che naturalmente non si sviluppano negli altri animali viene riconosciuta come una delle ragioni principali per cui i modelli animali non risultano adeguati per gli scopi prefissi [56-57-58-59-60]. Riconosciuti gli evidenti limiti dei modelli animali, nuove strategie alternative di ricerca, potenzialmente più affidabili e produttive in termini di risultati utili, sono già state proposte dai ricercatori [61].

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

8° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’E’ vero che i tumori innestati nel topo in laboratorio non metastatizzano, cioè non si diffondono a distanza, come avviene invece nell’uomo? Non le sembra un grave limite studiare un tumore artificiale così diverso da quello umano?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Non è vero. I tumori metastatizzano anche nel modello topo. Bisognerebbe studiare un po’ di più prima di fare affermazioni scientifiche.’’

 

La replica:

 

Pur concordando con le precisazioni rappresentate in questo caso dal Dr Grignaschi, è opportuno far presente che Oncologia e malattie del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono le due aree di ricerca con il maggior tasso di fallimento rilevato nel processo di sviluppo farmacologico, questo perché è ampiamento riconosciuto che i modelli animali non sono predittivi degli esiti umani [62-63-64].

 

9° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’E’ vero che lo stress provocato nell’animale da laboratorio alza l’ormone cortisolo, che modifica molte caratteristiche biologiche, come il livello degli zuccheri nel sangue, e abbassa le difese immunitarie, falsando così qualunque risultato finale?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Non è vero, i risultati non sono falsati ma sicuramente possono risentire di situazioni di stress; i ricercatori lo sanno e tengono conto di queste variabili con opportuni metodi statistici, esattamente come avviene nella ricerca clinica effettuata sull’uomo.’’

 

La replica:

 

Invece è vero. Lo stress indotto dall’ambiente e dalla regolare routine di laboratorio viene riconosciuto come uno dei fattori capaci di alterare la fisiologia dell’animale utilizzato e, di conseguenza, anche i risultati delle procedure sperimentali [56-64-65].

 

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Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

10° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Dato che l’organismo del topo, abituato a bere acqua di fogna, è molto più resistente del nostro alle infezioni, perché viene usato per studiare le infezioni umane?’’

 

La sua risposta:

 

‘’I topi che vengono utilizzati in laboratorio bevono acqua sterile e sono assolutamente controllati dal punto di vista sanitario. La domanda ha poco senso, tra l’altro ricordo che il topo da un punto di vista genetico è molto simile all’uomo.’’

 

La replica:

 

Topi ed esseri umani hanno intrapreso percorsi evolutivi differenti separandosi da una comune specie ancestrale circa 65-85 milioni di anni fa [66-67-68].

Gli studi genomici hanno rilevato evidenti omologie genetiche tra topi ed umani [67]. Questi studi, insieme allo sviluppo di metodi per la creazione di topi transgenici, knockout e knockin, hanno fornito impulsi considerevoli e strumenti efficaci per la ricerca con il modello murino portando ad un drastico aumento dell’uso di topi come ‘’organismi modello’’ [67]. Tuttavia, nonostante le varie analogie genetiche tra topi ed esseri umani, sono ravvisabili anche differenze significative e fondamentali. Ad esempio, le due specie variano in diversi aspetti dello sviluppo embrionale, in particolare durante la gastrulazione e l’organogenesi. Sul piano genomico, anche se la maggioranza dei geni umani e quelli del topo è ortologa, il 20% circa non ha un ortologo singolare identificabile e l’1% manca di un omologo [69].

Piccole differenze tra specie possono implicare enormi differenze nelle risposte davanti alla medesima perturbazione (sia essa un farmaco od una malattia) [43-70]. Anche un singolo cambiamento amminoacidico nelle proteine tra topo ed essere umano può modificare la risposta farmacologica [70].

Riferisce il Dr. Clif Barry (Responsabile della Sezione Ricerca Tubercolosi, Istituto Nazionale di allergie e malattie infettive, Bethesda, Maryland, U.S.A.):

‘’I topi sono topi e le persone sono persone. Se guardiamo al topo come modello di tutti gli aspetti della malattia per l’uomo e per le sue cure stiamo solo perdendo tempo […] Il topo ci è costato una nuova generazione di farmaci […] La maggior parte dei soldi che spendiamo negli studi clinici sulla base dei dati ottenuti sui topi è completamente sprecata […] Abbiamo avuto migliaia di studi sui topi per quanto riguarda la tubercolosi, ma nessuno di loro è mai stato utilizzato per scegliere un nuovo regime di farmaco-terapia che è riuscito nel corso degli studi clinici sull’uomo. Questo non è vero solo per la tubercolosi, ma è vero per quasi tutte le malattie. Stiamo spendendo sempre più soldi, senza ottenere potenziali farmaci utili.’’  [71]

 

 

11° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Cosa ne pensa di questo paradosso: mentre i tossicologi sostengono che i roditori sono così simili all’uomo da costituire un buon modello per testare sostanze tossiche, i produttori di rodenticidi assicurano che i due organismi sono così diversi tra loro da poter permettere la creazione di veleni selettivi per i topi, innocui per bambini e animali d’affezione?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Per prima cosa è necessario conoscere le frasi di rischio e saperle leggere; è assurdo e pericoloso affermare che tutti i rodenticidi siano innocui per bambini e animali d’affezione! Sono veramente perplesso dal fatto che si possano diffondere informazioni così pericolosamente sbagliate. Mi auguro che mai nessuno faccia mangiare o bere rodenticidi a dei bambini o ad altri animali domestici, fidandosi di queste frasi! Sicuramente si possono creare veleni selettivi per alcune specie ma oltre alle molecole ha grandissima importanza il dosaggio e la via di somministrazione.’’

 

La replica:

 

Concordando con il buon senso di fondo e la prudenza suggeriti dal Dr Grignaschi nel diffondere determinate ‘’informazioni’’ senza prima averle rigorosamente verificate, avventatezza che potrebbe rivelarsi pericolosa, si consideri nondimeno il seguente esempio:

su 30 ingredienti contenuti nel comune caffè, bevanda largamente consumata dalla popolazione umana mondiale, più di 20 sono risultati cancerogeni su animali nel saggio biologico in vivo di cancerogenesi [72-73]. Eppure, per gli esseri umani non solo non vi sono prove che il caffè implichi un potenziale rischio cancerogeno, ma sono state raccolte diverse evidenze che anzi ne attestano gli effetti benefici [72-73].

 

12° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Cosa ne pensa di questo paradosso: quando si tratta di giustificare eticamente la sperimentazione animale, gli sperimentatori dicono che l’uomo è molto diverso dagli altri animali, che non hanno coscienza, pensieri etc…poi però utilizzano gli animali per esperimenti di psicologia (sull’ansia, per esempio): ma come, non erano così diversi da noi e incapaci di provare emozioni?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Gli studi di neurofarmacologia vanno ad analizzare l’ansia (o la depressione o lo stress) come fenomeni biochimici mediati da neurotrasmettitori che sono comuni a moltissime specie. Niente a che vedere con la psicologia applicata all’uomo. I farmaci sviluppati infatti agiscono su precisi bersagli biochimici, non sulla coscienza o sul pensiero…….’’

 

La replica:

 

La risposta fornita dal Dr Grignaschi appare evidentemente elusiva delle implicite implicazioni etiche sollevate dal quesito. Che la sperimentazione animale comporti ANCHE problemi di natura etica viene generalmente riconosciuto e riferito nella stessa letteratura scientifica [74-75-76].

Per esempio, inerentemente alla ricerca psicologica, Rachels ha affermato:

 

‘’Il problema può essere espresso nella forma di un dilemma che può sorgere per ogni ricerca psicologica che utilizza gli animali per il caso umano. Se i soggetti animali non sono sufficientemente come noi per produrre un modello, gli esperimenti possono essere inutili. Ma se gli animali sono abbastanza simili a noi tanto da fornire un modello, può essere impossibile giustificare quello che viene loro fatto, trattandoli in modi che non sarebbero mai accettabili per gli esseri umani. I ricercatori sono catturati in una trappola logica: per difendere l’utilità della ricerca devono sottolineare le somiglianze tra gli animali e gli esseri umani, ma per difenderla anche eticamente devono sottolineare le differenze. Il problema è che non si possono sostenere entrambe le cose.” [77]

 

13° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Visto che la medicina è diventata sofisticata e addirittura sappiamo che ci sono persone che hanno alcuni recettori per dei farmaci e altre no, ha senso utilizzare altre specie per la ricerca, invece di andare verso una medicina sempre più specifica e personalizzata, come la farmacogenomica?’

 

La sua risposta:

 

‘’Ha sicuramente senso utilizzare tutti i modelli per analizzare fenomeni molto complessi e poi mettere insieme tutti i dati. La farmaco genomica è solo una delle tante tecniche che vengono normalmente utilizzate nei nostri laboratori; tutte insieme riescono a fornire dati utilizzabili.’’

 

La replica:

 

Quanto abbia veramente poco o addirittura nessun senso perseverare nell’utilizzo di animali non-umani nella ricerca biomedica e tossicologica del XXI sec., ANCHE per incentivare il progresso medico umano, appare evidente dalle sempre più numerose evidenze scientifiche raccolte fino ad oggi e sommariamente indicate, ad esempio, in questa pubblicazione [78].

 

14° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Il metodo “alternativo” ToxCast testa la tossicità di 100000 composti sulle cellule umane in soli due giorni, mentre il test sugli animali richiederebbe anni: perché non finanziare questi metodi sicuri, affidabili, veloci ed economici?’’

 

La sua risposta:

 

‘’ToxCAst non è “un metodo alternativo” ma è una strategia di testing; detto questo il programma Tox Cast è molto abbondantemente finanziato. Purtroppo però non è esaustivo……’’

 

La replica:

 

Le potenzialità di approcci di ricerca alternativi a quelli tradizionali condotti su animali vengono sovente sottovalutate. Si consideri, ad esempio, il programma statunitense Tox21. Benchè certamente caratterizzato da alcuni limiti, come tutti i modelli (inclusi quelli animali), questo approccio di ricerca, che utilizza la robotica su larga scala nello screening della tossicità in vitro delle sostanze chimiche, ha recentemente testato circa 10.000 sostanze chimiche e ha concluso che i dati dei test in vitro risultano essere più affidabili e precisi rispetto agli studi animali nel predire la tossicità umana [79].

 

46

 

15° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’E’ vero, come dice il dott. Klausner, ex direttore dell’istituto nazionale per la ricerca sul cancro negli USA, che abbiamo curato un sacco di topi dal cancro e nessun umano, e ormai conosciamo meglio la fisiologia del topo rispetto alla nostra, così diversa?’’

 

La sua risposta:

 

‘’E’ falso, completamente falso. Ma come si fa a dire che non abbiamo curato nessun umano? Su quello che una volta era definito il “male incurabile” la medicina ha già ottenuto molti successi e anche grazie alla sperimentazione animale la ricerca continua a progredire.’’

 

La replica:

 

Invece è vero. Il Dr Richard Klausner, già direttore del prestigioso US National Cancer Institute (NCI), ha dichiarato:

‘’La storia della guerra al cancro è la storia della cura del cancro nel topo. Abbiamo curato topi malati di cancro per decenni e semplicemente non ha funzionato negli esseri umani.’’ [80]

Non è certamente il solo ad aver rappresentato questa avvilente constatazione. Il Dr Homer Pearce, ad esempio, che in passato è stato uno dei responsabili dei vertici di ricerca di noti colossi aziendali farmacologici come la Eli Lilly, concorda:

‘’I modelli murini sono dolorosamente inadeguati. Se considerate i milioni e milioni e milioni di topi che siamo riusciti a curare, e li confrontate con il successo relativo, o meglio l’insuccesso, che abbiamo ottenuto a livello clinico nel trattamento del cancro metastatico capirete che per forza ci dev’essere qualcosa di sbagliato con quei modelli.” [81]

Anche se è certamente vero che alcuni importanti passi avanti sono stati fatti nel trattamento di alcuni tipi di cancro, è evidente ed irrefutabile la discrepanza tra gli onnipresenti risultati positivi collezionati in decenni di sperimentazione farmacologica su modelli animali e gli esiti clinici osservati su esseri umani. Del resto, il cancro resta una delle principali patologie, e non in pochi casi ancora difficilmente trattabili, che affliggono l’essere umano. Inoltre, quanto in effetti alcuni dei più importanti progressi nel trattamento terapeutico tumorale possano essere attribuiti agli studi animali non è del tutto chiaro. Si consideri il tamoxifene, utilizzato nel trattamento del cancro al seno. Se fosse dipeso dagli studi animali, probabilmente oggi questo importante farmaco non sarebbe disponibile nella pratica clinica, in quanto risulta cancerogeno su roditori. A riferirlo, un editoriale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature [82].

 

Pertanto, gli argomenti proposti dal Dr Grignaschi risultano non corretti.

 

16° domanda analizzata dal Dr Grignaschi:

 

‘’Per rendere una sperimentazione meno ricca di variabili indipendenti si sono creati animali da laboratorio cresciuti in ambienti artificiali e controllati e addirittura utilizzando l’inbreeding (consanguineita’) per far si che i risultati della sperimentazione siano il meno variabili possibile, sostanzialmente agendo e dirigendo la sperimentazione stessa, vedasi il caso Green Hill che ha dimostrato tutto questo. Ma in che modo questi risultati possono essere attendibili e per di più traslabili ad altre specie?’’

 

La sua risposta:

 

‘’Il caso Green Hill non c’entra nulla. Green Hill era un allevamento e non faceva nessuna sperimentazione. A tutto il resto è già stato risposto nelle domande precedenti.’’

 

La replica:

 

Pur rappresentando opportuni chiarimenti sul caso Green Hill, anche in questa risposta quanto dichiarato dal Dr Grignaschi appare elusivo dal punto centrale che il quesito poneva. E’ generalmente riconosciuto che l’omogeneità genetica degli animali utilizzati negli studi del caso non è, chiaramente, rappresentativa dell’eterogeneità genetica della specie umana e questo viene riconosciuto come uno dei fattori che complicano significativamente l’estrapolazione di dati dai modelli animali agli esseri umani [83-84-85].

 

Su R4L viene dichiarato:

 

‘’Riteniamo che sia un dovere della comunità scientifica rispondere alle domande che vengono poste in maniera chiara e dettagliata’’.

 

Concetto su cui si può assolutamente concordare, con l’augurio che le risposte fornite siano sempre sostenute dal riscontro oggettivo e documentato e che siano caratterizzate da una doverosa quanto indubbia onestà intellettuale.

 

Associazione medico-scientifica O.S.A. (Oltre la Sperimentazione Animale)

 

22 gennaio 2018

 

 

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