L’elefante nella stanza. Conflitti di interessi nella ricerca biomedica.

Discutendo di solide evidenze che possano dimostrare quanto scientificamente fondata o meno sia l’estrapolazione di risultati dagli studi animali agli esseri umani nella ricerca biomedica e tossicologica, vi sarà capitato, o potrebbe capitarvi con buone probabilità, di imbattervi nell’irriducibile sostenitore della ”sperimentazione animale” pronto a rappresentare uno dei classici cavalli di battaglia sovente utilizzati in questo annoso e complesso dibattito: ”la stragrande maggioranza degli scienziati dice che la s.a. è indispensabile per il progresso della ricerca biomedica, ecco la prova”.

Su questo blog si è già considerata l’inerente fallacia logica ravvisabile in questo genere di argomento [1].

Con quest’articolo vorrei ora ritornare, in maniera sommaria, su un altro dato che ritengo importante da inserire nelle more di un dibattito che, necessariamente, dovrebbe considerare tutte quelle componenti fondamentali onde riuscire a ricreare un quadro dell’intera realtà presa in esame quanto più esaustivo ed accurato possibile. Parlerò quindi di un ulteriore elemento critico da considerare nell’equazione relativa agli studi animali nella ricerca medico-scientifica del XXI secolo: i conflitti di interessi degli ”addetti ai lavori”.

E’ possibile che a motivare le inequivocabili opinioni/posizioni di molti ricercatori, oltre alla profonda, secolare convinzione della validità degli studi animali, da utilizzare come ”strumenti di indagine scientifica” con cui favorire il progresso medico umano, sia anche ”altro”?

Spesso viene indicato dai cosiddetti ”pro-s.a.” (cioè pro sperimentazione animale) un sondaggio pubblicato sulla illustre rivista scientifica Nature dove viene riportata la percentuale di scienziati, parte di quel campione di intervistati, concordi nel considerare ”essenziale per il progresso della scienza biomedica” l’utilizzo di animali (91.7%) [2].

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A questo punto, penso sia opportuno prendere in considerazione anche un altro dato. Dei 980 biomedici intervistati il 70.3% ha dichiarato di condurre esperimenti su animali.

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Certamente è oltremodo lecito ed anche opportuno considerare l’opinione di chi è impegnato direttamente sul campo di una determinata disciplina professionale e ha modo così di valutare tutti quegli aspetti fondamentali ad essa attinenti, in questo caso ricercatori che eseguono procedure sperimentali specifiche ricorrendo all’utilizzo di animali. Tuttavia, sarebbe un errore, di non poco conto, ignorare la significativa mole di interessi personali che gravitano all’interno della comunità di ricercatori impegnati negli studi animali. Questi interessi, infatti, potrebbero in una qualche misura pregiudicare l’imparzialità di giudizio del diretto interessato quando posto difronte ad una valutazione che doverosamente e necessariamente dovrebbe essere espressa su basi oggettive e con onesta e sincera obiettività. Un problema così critico, quanto rilevante, da essere denunciato pubblicamente dagli stessi membri della comunità scientifica.

Ma quali potrebbero essere quei fattori, quegli incentivi, potenzialmente in grado di rappresentare degli interessi per quei professionisti della suddetta area di ricerca scientifica impegnati negli studi animali? Presto detto: gli studi animali, come si vedrà e documenterà, riescono a garantire un significativo numero di pubblicazioni sulle riviste di settore (specie quegli studi animali che mostrerebbero risultati positivi corroboranti determinate ipotesi) ed anche la possibile ricezione di importanti grant (finanziamenti). Questi incentivi, di fatto, possono agevolare le aspettative carrieristiche del ricercatore soggetto ad una sorta di ”pressione” vissuta all’interno di un ambiente di lavoro altamente competitivo [3-4-5] (”publish or perish”, tradotto in parole povere: riuscire a far pubblicare quanto più possibile i propri studi, meglio se sulle principali riviste, nella speranza di far progredire la propria carriera). Del resto, ”gli scienziati sono esseri umani e lavorano all’interno di strutture con determinati incentivi che possono modellare i loro comportamenti, consciamente o inconsciamente” [6].

Il Prof. Mark M. Davis (stimato ricercatore presso il Department of Microbiology and Immunology, The Howard Hughes Medical Institute, and the Institute for Immunity, Transplantation and Infection, Stanford University School of Medicine, U.S.A.), in merito ai severi, acclarati limiti dei topi utilizzati come modelli di malattie umane ed al loro largo utilizzo nella ricerca biomedica, ha avuto modo di dichiarare senza mezzi termini:

”Il topo ha avuto così tanto successo nelle scoperte dei meccanismi immunologici di base che ora molti immunologi fanno affidamento su di esso per rispondere ad ogni domanda. Una volta era comune utilizzare diverse specie animali, ora c’è una tale abbondanza di reagenti disponibili nell’immunologia dei topi che si deve avere una ragione preponderante per investigare su qualsivoglia altra specie, umani inclusi. Il topo rappresenta anche quel genere di evidenze richieste dalle riviste di settore e da chi revisiona le richieste di finanziamenti, come sottolineato da Steinman e Mellman (2004) e da Hayday e Peakman (2008). Questo ha distorto il campo di studio così tanto che gli immunologi clinici tengono almeno alcuni topi (e di solito molti di più) nei loro laboratori in modo che possano vedersi garantiti un flusso costante di pubblicazioni, concessioni di finanziamenti, etc., ed alcuni hanno abbandonato interamente le ricerche sull’immunologia umana in quanto considerata come causa persa. Ma questo è il prezzo del progresso, giusto? Giusto, ad eccezione del fatto che i topi sono dei pessimi modelli per gli studi su esseri umani.” [7]

Il Prof. Davis ha fatto praticamente presente quello che tra accademici, enti competenti in materia ed industria farmaceutica non è certamente un mistero:

– le riviste di settore richiedono dati sperimentali ottenuti su animali [8], pertanto gli studi animali garantiscono al ricercatore buone possibilità di vedersi pubblicati i suoi studi sulle predette riviste

– gli enti che dispensano finanziamenti alla ricerca biomedica agevolano significativamente gli studi condotti su animali [9]

Dello stesso avviso anche il Prof. Francesco M. Marincola (già membro degli US NIH, l’istituzione statunitense più importante per quanto concerne la ricerca biomedica, responsabile per l’erogazione di fondi alla ricerca):

”i ricercatori vengono regolarmente ricompensati da prestigiose riviste di settore con l’accettazione delle loro pubblicazioni che riportano studi basati su modelli animali eleganti ma probabilmente irrilevanti, mentre le stesse riviste rifiutano la pubblicazione degli studi basati sulla diretta osservazione umana che non è supportata da prove ‘in vivo’, il che solitamente equivale a ‘prove rilevate sui topi’.” [10]

 

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Questo genere di incentivi, definiti da alcuni ”perversi”, viene però oggi riconosciuto come una delle possibili cause alla base della discutibile credibilità di buona parte della ricerca in questione [11]. Come già detto, risultati (apparentemente) positivi hanno più possibilità di essere accettati per la pubblicazione sulle riviste di settore [4-5-12], rispetto a risultati negativi. Questo porta direttamente ad un fenomeno noto come ”publication bias”, ovvero ”distorsione nella pubblicazione”, una sorta di ”selezione” dei dati da pubblicare, diciamo pure così, che si ritiene sia uno degli aspetti principali inerenti a quella ”crisi di riproducibilità” (di risultati) già discussa per sommi capi su questo blog [13]. Che la ricerca condotta su animali sia particolarmente caratterizzata da questo fenomeno è cosa ben nota e largamente documentata [14-15]. Ad esempio, il Prof. Thomas Hartung, tra i più eminenti scienziati biomedici al mondo, riguardo ai seri limiti degli attuali modelli animali utilizzati nella ricerca ed a quel genere di pressione a pubblicare risultati positivi avvertita dai ricercatori, ha recentemente riferito che:

”si ha bisogno di pubblicare, e non si può scrivere ‘ho usato un terribile modello’. Si devono richiedere finanziamenti e si ambisce a riconoscimenti, così si tende a mostrare solo ‘il lato buono’. Si è penalizzati se si fanno le cose in maniera diversa, se si è onesti sulle carenze (dei modelli animali, ndr)” [16].

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Le riviste di settore hanno, come detto, il loro ruolo in quello che è stato ”denunciato”. Per gli editori, in particolare, sono competizione per ”l’indice di citazioni” (IF, Impact Factor) e sopravvivenza finanziaria delle riviste che motiverebbero la pubblicazione di ”risultati positivi” [5]. Infatti, come confermato da alcuni, ”risultati negativi” non garantirebbero abbastanza citazioni che possano far sopravvivere una rivista di settore [17].

Considerazioni finali

”Qualcuno” magari potrà considerare questo articolo come un caso di ”avvelenamento del pozzo”, cioè una fallacia argomentativa, come descritta su wikipedia, per cui ”ciò che sarà sostenuto dall’avversario viene pubblicamente delegittimato in anticipo insinuando un sospetto circa la sua buona fede o sulla sua credibilità”. In questo caso l’ipotetico ”avversario” dovrebbe essere rappresentato dal ricercatore impegnato nella ”sperimentazione animale” all’interno della ricerca biomedica e tossicologica. Nulla di più lontano dal vero. Personalmente, non rigetto le argomentazioni di chi che sia sulla base delle sue opinioni o della sua professione. Preferisco sempre analizzare e valutare dati ed evidenze ed edificare i miei argomenti sulla base di questi. Ho solo riferito quello che, come detto, è ben noto negli stessi ambienti professionali presi in esame con questo articolo, indicando il riscontro bibliografico che il lettore potrà verificare da sè. Rifiutarsi di prendere atto di quanto ampiamente riferito dagli stessi ”addetti ai lavori” e documentato ANCHE nella letteratura scientifica equivale a rifiutarsi di ammettere l’esistenza di un elefante posizionato proprio davanti ai propri occhi all’interno di una stanza.

Alfredo Lio

8 aprile 2018

Bibliografia:

[1] Lio, A. Informazione e Disinformazione ai tempi della ”s.a.”. Science News Live, 6 aprile 2017. https://alfredolio.wordpress.com/2017/04/06/informazione-e-disinformazione-ai-tempi-della-s-a/

[2] Cressey, D. Animal research: Battle scars. Nature. 2011 Feb 24;470(7335):452-3. doi: 10.1038/470452a. http://www.nature.com/news/2011/110223/pdf/470452a.pdf

[3] Button, K, S. et al. Preventing the ends from justifying the means: withholding results to address publication bias in peer-review. BMC Psychol. 2016 Dec 1;4(1):59. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27903302

[4] Button, K, S. et al. Power failure: why small sample size undermines the reliability of neuroscience. Nat Rev Neurosci. 2013 May;14(5):365-76. doi: 10.1038/nrn3475. Epub 2013 Apr 10. http://www.nature.com/nrn/journal/v14/n5/full/nrn3475.html

[5] Joober, R. et al. Publication bias: What are the challenges and can they be overcome? J Psychiatry Neurosci. 2012 May;37(3):149-52. doi: 10.1503/jpn.120065. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22515987

[6] Higginson, A, D. & Munafò, M, R. Current Incentives for Scientists Lead to Underpowered Studies with Erroneous Conclusions. PLoS Biol. 2016 Nov 10;14(11):e2000995. doi: 10.1371/journal.pbio.2000995. eCollection 2016 Nov. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27832072

[7] Davis, M, M. A Prescription for Human Immunology. Immunity. 2008 Dec 19;29(6):835-8. doi: 10.1016/j.immuni.2008.12.003. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19100694

[8] Workshop report: Human tissue-based models to reduce animal use in cancer research: barriers and opportunities. NC3Rs, 4 July 2017. https://www.nc3rs.org.uk/sites/default/files/documents/Workshop_reports/Human-tissue-cancer-research.pdf

[9] Raza, A. 2014: What Scientific Idea is Ready for Retirement? Mouse Models. The Edge, 2014. https://www.edge.org/response-detail/25429

[10] Marincola, F, M. The trouble with translational medicine. J Intern Med. 2011 Aug;270(2):123-7. doi: 10.1111/j.1365-2796.2011.02402.x. Epub 2011 Jun 12. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21575085

[11] Munafò, M. Metascience: Reproducibility blues. Nature. 2017 Mar 29;543(7647):619-620. doi: 10.1038/543619a. https://www.nature.com/articles/543619a

[12] Marín-Franch, I. Publication bias and the chase for statistical significance. J Optom 2018;11:67-8 – Vol. 11 Num.2 DOI: 10.1016/j.optom.2018.03.001. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1888429618300244

[13] Lio, A. ”Crisi” di riproducibilità. Dark Age per la Scienza Biomedica? Science News Live, 11 maggio 2017. https://alfredolio.wordpress.com/2017/05/11/crisi-di-riproducibilita-dark-age-per-la-scienza-biomedica/

[14] Conradi, U. & Joffe, A, R. Publication bias in animal research presented at the 2008 Society of Critical Care Medicine Conference. BMC Res Notes. 2017 Jul 7;10(1):262. doi: 10.1186/s13104-017-2574-0. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28683761

[15] Hartung, T. Evolution of toxicological science: the need for change. Int. J. Risk Assessment and Management, Vol. 20, Nos. 1/2/3, 2017 21. https://www.inderscienceonline.com/doi/pdf/10.1504/IJRAM.2017.082570

[16] Citato da Harris, R. in: Rigor MortisHow Sloppy Science Creates Worthless Cures, Crushes Hope, and Wastes Billions. Hachette UK, 4 apr 2017.

[17] Kusnitzoff, J, K. & Persson, C, P. Scientists: There is too much focus on positive results. ScienceNordic, February 15, 2017. http://sciencenordic.com/scientists-there-too-much-focus-positive-results

 

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