”Indovina chi viene a cena”, ”sperimentazione animale” e le asserzioni di Giulia Corsini. Facciamo chiarezza.

Quasi un anno fa, sul blog noto come ”butac”, è apparso un articolo a firma Giulia Corsini, medico veterinario già membro dell’associazione favorevole all’utilizzo di animali nella ricerca scientifica denominata ”pro-test Italia” e aderente al cosiddetto ”patto trasversale per la scienza”, dove la stessa rappresentava alcune sue considerazioni su una puntata della nota trasmissione ”indovina chi viene a cena” (in onda su Rai3 e condotta da Sabrina Giannini) [1]. Gli argomenti trattati nella suddetta puntata riguardavano il divieto di ricerca sugli scimpanzé negli Stati Uniti d’America, lo scandalo Dieselgate, le ricerche sull’Aspartame condotte dall’Istituto Ramazzini e i Minibrains (nuove biotecnologie in vitro atte a modellare aspetti salienti patologici umani e testare eventuali farmaci sperimentali).

L’analisi della Dr.ssa Corsini iniziava col prendere in esame il divieto statunitense di sperimentazione su scimpanzè:

”Bisogna comprendere secondo quali criteri il Committee del National Research Council abbia considerato non più necessaria la ricerca sugli scimpanzé negli Stati Uniti. Non vuole dire che la ricerca su questi animali non abbia contribuito in maniera significativa alla scienza.

Il comitato ha stabilito che potrebbe essere giustificabile una ricerca su tale modello solo se contribuisca significativamente alla salute pubblica, se non si possa sperimentare sull’uomo per motivi etici e non esistano altri modelli (animali e non) che possano essere impiegati al posto degli scimpanzé. La somiglianza degli scimpanzé con gli uomini li rende modelli importanti per certi tipi di ricerche ma richiede anche che ci siano motivi davvero importanti per usarli.

Il motivo per cui è stata abbandonata la ricerca sugli scimpanzé è dunque di natura etica, poiché si è deciso di integrarli nella sfera morale umana proprio in virtù della grossa somiglianza con l’uomo.”

Quanto riferito non è del tutto corretto. Vediamo perchè.

Nel 2011, a seguito di un’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti d’America e di una richiesta da parte dei National Institutes of Health (la più importante istituzione degli U.S.A. in fatto di ricerca biomedica, quella responsabile dell’erogazione dei fondi), l’Institute of Medicine (IOM) ed il National Research Council (NRC) organizzarono un comitato scientifico con il compito di valutare se l’impiego di scimpanzè nella ricerca biomedica e comportamentale fosse ancora necessario o meno [2].

A tale scopo, questo comitato elaborò dei principi da seguire e su cui sarebbero state edificate le valutazioni tese a giustificare un eventuale utilizzo di questi animali:

1. Le conoscenze acquisite (dagli studi su scimpanzè, ndr) devono essere necessarie per migliorare la salute della società;

2. Non ci deve essere nessun altro modello di ricerca attraverso il quale le conoscenze possano essere ottenute, e la ricerca non può essere condotta in maniera etica su soggetti umani; 

3. Gli animali utilizzati nella ricerca proposta devono essere mantenuti in ambienti fisici e sociali etologicamente appropriati o in habitat naturali. 

Alla luce di quanto appurato, e tenendo conto delle linee guida sopra indicate, il comitato giunse alla conclusione che:

”Sebbene lo scimpanzé sia stato in passato un prezioso modello animale per la ricerca, oggi giorno buona parte della ricerca biomedica condotta su scimpanzè non risulta necessaria, in base ai criteri stabiliti dal comitato.”

Lo stesso comitato precisava però che il ricorso all’utilizzo di scimpanzè sarebbe potuto essere nuovamente giustificato per eventuali ricerche future (secondo certi scenari ipotizzati) ed anche per alcune presenti (eccezioni specificate):

  • anticorpi monoclonali già in fase di sviluppo
  • ricerche su epatite C (HCV)

C’è da dire che il comitato in questione, inerentemente alle ricerche sull’epatite C, si dichiarò ”incapace” di raggiungere un consenso unanime sull’opportunità di indicare come ”ancora necessari” gli studi su scimpanzè per quanto riguarda lo sviluppo di un potenziale vaccino, mettendo dunque in forte discussione il valore degli studi su questo ”modello animale” (anche) per questa specifica area di ricerca.

Questa ammissione è particolarmente indicativa, dato che, ad un’attenta esamina di quanto si evince in letteratura per quanto riguarda proprio le ricerche sull’epatite C e sullo sviluppo degli anticorpi monoclonali, gli studi condotti su scimpanzè si sono rivelati di scarsa utilità considerando la (non)disponibilità di trattamenti clinico-terapeutici efficaci e sicuri [3-4-5-6-7]. Non che per altre aree di studio, ad esempio oncologia [8] e HIV [4-9], le ricerche su scimpanzè si siano dimostrate nettamente più produttive in termini di risultati utili, tutt’altro. Questo dato viene ampiamente confermato in letteratura, anche nei principali testi di riferimento per l’utilizzo dei modelli animali (scritti da alcuni dei più stimati ricercatori ”pro sperimentazione animale”):

”Sebbene si possa essere tentati di presumere che l’estrapolazione da una specie animale all’essere umano sia tanto migliore quanto più questa specie somigli all’essere umano (high fidelity), la vicinanza filogenetica, come rilevata nei modelli primati non-umani, non è una garanzia per la validità dell’estrapolazione, come dimostrato dal fallimentare modello scimpanzè nella ricerca sulla sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS).” [9]

In effetti, review della letteratura indicano  che gli studi su scimpanzè hanno contribuito (al meglio) solo marginalmente allo sviluppo medico-terapeutico umano. L’85% delle ricerche eseguite su questo “modello animale”  tra il 1995 e il 2004 o è stato citato da pubblicazioni che non riferivano di progressi medici umani o non è stato citato affatto. Il restante 15% circa (14,7%) di questi studi è stato citato da 27 articoli in cui gli abstract indicavano metodi ben sviluppati come contrasto a patologie umane. Tuttavia, da un esame più dettagliato è emerso che studi in vitro, studi epidemiologici e clinici su esseri umani, saggi molecolari e studi genomici hanno contribuito maggiormente all’accennato progresso medico [10].

Giova far presente, inoltre, che il comitato scientifico statunitense subordinò valutazioni di natura etica, riguardo agli studi condotti su scimpanzè, a ragioni scientifiche:

”Né il costo dell’uso degli scimpanzé nella ricerca né le implicazioni etiche di tale uso erano specificamente a carico del comitato. Piuttosto, al comitato è stato chiesto il suo parere sulla necessità scientifica del modello scimpanzé per la ricerca biomedica e comportamentale […] L’opinione del comitato è che la vicinanza genetica dello scimpanzé agli esseri umani e le conseguenti caratteristiche biologiche e comportamentali non solo lo rendono una specie unicamente preziosa per alcuni tipi di ricerca, ma richiedono anche una maggiore giustificazione per condurre ricerche utilizzando questo modello animale.”

Credo siano abbastanza chiare le ragioni indicate dal summenzionato organismo scientifico che ha valutato la necessità degli studi condotti su scimpanzè nella ricerca biomedica. E’ vero che anche ragioni etiche sono state tenute in conto dal comitato in questione, ma questi motivi, come detto, erano dichiaratamente dipendenti (cioè condizionati, subalterni) da necessità di tipo scientifico onde giustificare il ricorso all’utilizzo di scimpanzè nella ricerca. Questo è quanto.

Quindi, affermare che il predetto comitato abbia ritenuto non più necessaria la stragrande maggioranza delle ricerche su scimpanzè sulla base di motivazioni prettamente etiche, come asserito da Giulia Corsini, non è corretto e risulta fuorviante… e tanto pure.

Ulteriori considerazioni proposte dalla Dr.ssa Corsini degne di essere valutate sono quelle in cui la stessa sembra sottintendere la rilevanza umana degli studi tossicologici condotti su roditori, come quelli di cancerogenesi e della tossicità riproduttiva e dello sviluppo:

”Come modello virtuoso di sperimentazione animale Sabrina Giannini ha deciso di intervistare Fiorella Belpoggi per l’Istituto Ramazzini di Bologna (di cui abbiamo già parlato qui e qui), la quale promuove uno studio dell’Istituto, di cui è coautrice, che evidenzierebbe la cancerogenicità dell’aspartame, sostenendo che l’EFSA non lo avesse preso in considerazione. L’EFSA è l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, un organismo indipendente composto da esperti che si occupa di esprimere pareri scientifici sulla sicurezza dei prodotti alimentari. Sull’aspartame ha fatto una review sistematica analizzando tutti gli studi condotti sull’argomento e non ha solo analizzato lo studio, ma ha anche risposto, ancora nel lontano 2006, ritenendo che non esistesse una correlazione dose-risposta significativa e che l’incidenza di alterazioni infiammatorie nel modello scelto non lo rendesse affatto adeguato[5]. 
La Belpoggi sostiene che l’erronea metodologia nelle ricerche condotte da altri enti riguarderebbe il periodo di esposizione degli animali alla sostanza in analisi, “quando i ratti avrebbero 6-8 settimane (che corrisponderebbero a 15-18 anni umani) e si protrarrebbero fino a 2 anni (50-60 anni nell’uomo) ignorando il fatto che l’80% dei tumori insorgerebbero dopo questa età e in tal modo si perderebbe la sensibilità del modello sperimentale”. In realtà esistono tra quelli citati dall’EFSA studi proprio sull’aspartame condotti addirittura su due generazioni di ratti, studi condotti nel periodo perinatale e durante la gravidanza su ratti, topi e scimmie (citati nel capitolo “Reproductive and developmental toxicity of aspartame” e seguenti).
Le linee guida OECD (che sono sempre in aggiornamento e non sono di certo ferme agli anni Ottanta) raccomandano di estendere gli studi fino e non oltre ai due anni nel ratto, siccome nell’ultimo periodo della vita degli animali esiste un aumento dell’incidenza di tutta una serie di patologie che possono agire come un fattore confondente nell’interpretazione dei risultati.
Se questo non bastasse per dipanare i dubbi attuali, l’EFSA cita anche importanti studi epidemiologici sull’uomo e l’insieme delle numerose ricerche in vitro, in vivo e gli studi retrospettivi hanno permesso di esprimere il parere sulla questione.”

Risulterà interessante al lettore rilevare che oggi giorno, in letteratura, tanto il tradizionale saggio biologico in vivo di cancerogenesi (2-year rodent carcinogenicity bioassay) quanto gli studi sulla tossicità riproduttiva e dello sviluppo vengono generalmente considerati di scarsa rilevanza umana, dato ampiamente confermato anche in quei paper pubblicati sulla rivista dell’EFSA (si, la stessa EFSA citata da Giulia Corsini) [11-12-13].

 

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Ultimo punto dell’articolo di Giulia Corsini su cui intendo rappresentare un’ulteriore, opportuna delucidazione. La signora dichiara:

”Sabrina Giannini afferma ripetutamente che la sperimentazione animale non è attendibile e che alla fine bisognerebbe testare sull’uomo.”

No Dr.ssa Corsini. A sostenere che gli studi animali siano inattendibili per gli esiti umani di riferimento (quanto meno il più delle volte), rappresentando una delle ragioni principali alla base dell’elevatissimo (e costosissimo) tasso di fallimento registrato nel processo di sviluppo farmacologico, non è unicamente Sabrina Giannini, ma una parte sempre più consistente, rilevante e significativa della comunità scientifica biomedica e tossicologia e non sulla base di una mera opinione (forse anche viziata da interessi di sorta: ”secondo me/secondo noi la s.a. è ancora fondamentale”), ma in considerazione di dati e riscontri oggettivi ed inequivocabili largamente documentati [14-15-16-17-18].

Ora ne è al corrente anche lei.

Alfredo Lio

03 settembre 2019

Bibliografia:

[1] Corsini, G. Indovina chi viene a cena e la sperimentazione animale. Butac, 20/11/2018. Link: https://www.butac.it/indovina-chi-viene-a-cena-e-la-sperimentazione-animale/

[2] Chimpazees in Biomedical and Behavioral Research: Assessing the Necessity. Commitee of National Research Council (2011). Link: https://www.nap.edu/read/13257/chapter/2

[3] Bailey, J. An assessment of the use of chimpanzees in hepatitis C research past, present and future: 2. Alternative replacement methods. Altern Lab Anim. 2010 Dec;38(6):471-94. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21275471

[4] Experimental use of nonhuman primates is not a simple problem. Nat Med. 2008 Oct;14(10):1012-1013; discussion 1012-3. doi: 10.1038/nm1008-1011a.

[5] Bettauer, R, H. Chimpanzees in hepatitis C virus research: 1998–2007. J Med Primatol. 2010 Feb;39(1):9-23. doi: 10.1111/j.1600-0684.2009.00390.x. Epub 2009 Nov 9. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19900169

[6] Bettauer, R, H. Systematic review of chimpanzee use in monoclonal antibody research and drug development: 1981-2010. ALTEX. 2011;28(2):103-16. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21625827

[7] Rowan, A. et al. End invasive chimp research now. Nature. 2011 Jul 20;475(7356):296. doi: 10.1038/475296a. Link: https://www.nature.com/articles/475296a

[8] Bailey, J. An examination of chimpanzee use in human cancer research. Altern Lab Anim. 2009 Sep;37(4):399-416. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19807212

[9] Hau, J. et al. Handbook of Laboratory Animal Science. Second Edition: Animal Models, Volume 2. CRC Press, 26 dic 2002 (pag. 3).

[10] Knight, A. The poor contribution of chimpanzee experiments to biomedical progress. J Appl Anim Welf Sci. 2007;10(4):281-308. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17970631

[11] Goodman, J, I. Goodbye to the bioassay. Toxicol Res (Camb). 2018 Feb 6;7(4):558-564. doi: 10.1039/c8tx00004b. eCollection 2018 Jul 1. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30090606

[12] Schmidt, B, Z. et al. In vitro acute and developmental neurotoxicity screening: an overview of cellular platforms and high-throughput technical possibilities. Arch Toxicol. 2016 Aug 4. DOI: 10.1007/s00204-016-1805-9. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27492622

[13] Lanzoni, A. et al. (2019) Advancing human health risk assessment. EFSA Journal, Volume 17, Issue S1. Link: https://efsa.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.2903/j.efsa.2019.e170712

[14] Holmes, A, M. et al. Animal models of asthma: value, limitations and opportunities for alternative approaches. Drug Discov Today. 2011 Aug;16(15-16):659-70. doi: 10.1016/j.drudis.2011.05.014. Epub 2011 Jun 23. Link: http://csmres.co.uk/cs.public.upd/article-downloads/Holmes.pdf

[15] Huh, D. et al. A human disease model of drug toxicity-induced pulmonary edema in a lung-on-a-chip microdevice. Sci Transl Med. 2012 Nov 7;4(159):159ra147. doi: 10.1126/scitranslmed.3004249. Link: https://pdfs.semanticscholar.org/1d83/dc22a91f04ff2b076870b98fdc1fbf554094.pdf

[16] Materne, E, M. et al. A multi-organ chip co-culture of neurospheres and liver equivalents for long-term substance testing. J Biotechnol. 2015 Feb 9. pii: S0168-1656(15)00045-0. doi: 10.1016/j.jbiotec.2015.02.002. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25678136

[17] Mathur, A. et al. Human iPSC-based cardiac microphysiological system for drug screening applications. Sci Rep. 2015 Mar 9;5:8883. doi: 10.1038/srep08883. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25748532

[18] Bahinski, A. Human Organs on Chips: Opportunities and Challenges for Personalized Drug Development. Society of Toxicology (MASOT), Fall 2018 Scientific Meeting. Sheraton Edison Hotel, Raritan Center, Edison, NJ (U.S.A.). Link: http://www.toxicology.org/groups/rc/MidAtlantic/docs/MASOT_Fall_2018_Program.pdf 

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