”Sperimentazione animale”. Il confronto con i ”pro-test”.

L’ho cercato e l’ho avuto. Un confronto diretto sul delicato e complesso tema della ”sperimentazione animale” con i suoi più ferventi sostenitori. Un confronto non ultimato a causa dell’improvvisa e non motivata uscita di scena della mia controparte. Ad accettare il mio invito è stata la Dr.ssa Giulia Corsini [1], medico-veterinario già membro dell’associazione favorevole all’utilizzo di animali nella ricerca denominata ”pro-test Italia” ed aderente al cosiddetto ”patto trasversale per la scienza” che annovera tra i suoi fondatori anche il giornalista Gerdardo D’Amico di cui si è già discusso su questo blog [2].

In effetti, già in precedenza ebbi modo di confrontarmi su una rubrica online, sempre su questo argomento, con un altro esponente di ”pro-test Italia”, il Dr Alberto Ferrari.

Lo scambio di vedute con la suddetta Corsini è stato organizzato da una pagina facebook che risponde al nome di ”Massimo Tettamanti, rispondi”, pagina che può vantare il considerevole seguito di ben 29 persone che hanno posto il proprio like e che viene gestita da ignoti utenti che, appunto dietro anonimato, tramite una serie di domande (illazioni) sembra vogliano dare adito a dubbi e sospetti sulla trasparenza delle attività e più in generale della condotta (sopratutto) del Dr Massimo Tettamanti (chimico). Cosa curiosa per i gestori di una pagina fb che con le loro domande si direbbe sottintendano l’importanza della trasparenza, dei valori dell’onestà e del vivere nel rispetto delle leggi dello stato, in riferimento al procedimento giudiziario ”Green Hill” gli stessi non avevano domande da porre, affermando anzi di nutrire una buona opinione riguardo a ”pro-test Italia” che in questa vicenda ha parteggiato per quegli imputati riconosciuti in seguito colpevoli dalla giustizia italiana.

 

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Ricordo che tre dei quattro imputati nel ”processo Green Hill” sono stati condannati in via definitiva (Cassazione) [3] e quattro dei cinque imputati nel ”processo Green Hill Bis” sono stati recentemente condannati in secondo grado (Appello) [4].

Tornando al confronto con la Dr.ssa Corsini, tutto nacque da un breve scambio di battute sulla summenzionata pagina fb ”Massimo Tettamanti, rispondi”.

 

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Prima di andare avanti vorrei fermarmi su quanto asserito da Giulia Corsini in merito a ”consenso scientifico”, ”principio di autorità” (accompagnato da sottintesi attacchi ad hominem), ”riviste con un buon impact factor”, ”metodo scientifico” e ”modello scientifico”.

Concordo con la Dr.ssa Corsini nel considerare senza dubbio il consenso scientifico come un elemento che non può essere trascurato inerentemente a determinate realtà. Tuttavia, come già fatto presente alla mia interlocutrice, il consenso scientifico deve necessariamente basarsi su dati oggettivi, quindi verificati, e non su generiche opinioni tra l’altro anche veicolate da potenziali conflitti di interessi [5]. Se di scienza e metodo scientifico si vuole discutere, allora si deve necessariamente tenere conto che consenso ed autorità non possono essere ritenuti di per sè solidi elementi probatori [6], solo l’evidenza dei dati assume importanza [7]. Oltremodo eloquente quello che viene riportato in letteratura a tal riguardo:

”Il lavoro della scienza non ha nulla a che fare con il consenso. Il consenso è il business della politica. La scienza, al contrario, richiede solo che un investigatore abbia ragione, il che significa che lui o lei abbia risultati verificabili. Nella scienza, il consenso è irrilevante. Ciò che è rilevante sono i risultati riproducibili. I più grandi scienziati della storia sono stati grandi proprio perché sono entrati in contrasto con il consenso.” [7]

Galileo Galilei, considerato da Alberto Einstein ”il padre della scienza moderna” [8], ebbe ad affermare:

”In questioni di scienza, l’autorità di mille non vale l’umile ragionamento di un singolo individuo.” [7]

Ed anche:

”La verità scientifica non si può decidere per alzata di mano.” [9]

In effetti, diverse volte l’analisi storica risulta testimone di casi in cui il consenso scientifico si dimostrò fondato su concezioni ed opinioni rivelatesi in seguito errate. Due esempi lampanti su tutti: la comprensione della natura delle ulcere peptiche e lo sviluppo del vaccino antipolio.

Per decenni, il consenso scientifico si basò sull’ipotesi che le ulcere fossero causate principalmente da stress ed alimenti piccanti. Di conseguenza, i trattamenti terapeutici pertinenti furono di tipo dietetico o chirurgico. Fu solo nel 1982 che Barry Marshall e Robin Warren svilupparono le ipotesi relative alla causa batterica delle ulcere peptiche, ipotesi che furono verificate ed infine accettate e riconosciute con tanto di assegnazione del Premio Nobel per la fisiologia o la medicina nel 2005 [7].

Un altro esempio ugualmente emblematico è la storia dello sviluppo del vaccino antipolio.

Proprio i primi esperimenti su primati non-umani fuorviarono i ricercatori impegnati negli studi sulla poliomielite ritardando così lo sviluppo del vaccino per numerosi anni [10]. Un altro caso eloquente di quanto il consenso scientifico possa a volte edificarsi su elementi infondati.

Da queste inequivocabili constatazioni si evince chiaramente la dimostrazione di quanto l’unica, reale autorità nella scienza, come detto, possa essere considerata in definitiva solo l’evidenza dei dati.

Curiosamente, anche gli stessi colleghi di associazione della Dr.ssa Corsini sembrano concordare con le considerazioni di cui sopra. Ad esempio, il summenzionato Alberto Ferrari ha affermato:

”Quelli che seguono sono alcuni segni caratteristici grazie ai quali è sempre possibile riconoscere il pensiero antiscientifico, anche quando si maschera da scientifico.

La scienza rifiuta il principio di autorità.

Nulla è considerato vero perché “così sta scritto su X”, “così ha detto Y”, nella scienza. L’unica autorità sono i dati sperimentali, nemmeno lo scienziato stesso può considerare se stesso una “autorità” che gli altri non possono discutere. Certo, è consigliabile che prima di mettere in discussione il parere di uno scienziato si siano fatti i compiti per casa … Ma sicuramente è possibile farlo. Non tutti sono scienziati, ma in chiunque può nascondersi uno scienziato. Tanto più che al giorno d’oggi grazie alla rete i dati scientifici possono essere reperiti in modo rapido e gratuito da chiunque. Come regola generale, nella scienza, secondo la lezione platonica, non conta mai “chi” sta dicendo, ma “cosa” si sta dicendo […] In realtà, se i dati non supportano effettivamente quell’opinione, allora possiamo anche essere imbianchini con la licenza media…” [11]

In breve, fallacie logiche come il ricorso al principio di autorità e gli attacchi ad hominem (chi dice cosa) all’interno di discussioni a carattere prettamente scientifico, che dovrebbero essere incentrate appunto su ben altri contenuti, non possono trovare spazio alcuno.

Ad ulteriore sostegno di quanto sopra, risulterà altresì interessante rilevare quanto riferito sul ”chi dice cosa” in letteratura dagli stessi appartenenti alla comunità medico-scientifica:

”Fintanto che la metodologia di ricerca impiegata ed il format di quanto segnalato risultano in accordo con gli standard universalmente accettati, e fintanto che siamo in grado di comprendere il testo, l’autore non ha alcuna particolare importanza, sia esso un laico o un autorevole scienziato. Credo che non dovremmo mai giudicare un articolo in base ai suoi autori, anche se possiamo giudicare un autore in base ai suoi articoli.” [12]

Altro argomento poco sostenibile proposto dalla veterinaria in questione è l’importanza, forse quasi indiscutibile (a suo parere), dell’impact factor delle riviste su cui gli scienziati pubblicano i loro studi.

Concordo con la Dr.ssa Corsini nel dare alle riviste scientifiche più rilevanti il giusto credito. Tuttavia, l’importanza di queste riviste non può essere considerata come metrica di valutazione assoluta ed insindacabile sulla persona e sui contenuti che ha inteso pubblicare. Se da una parte è vero che il numero di pubblicazioni ed il livello di importanza di una rivista possono aiutare certamente uno scienziato nel progredire con la sua carriera, fattore che rappresenta quindi un forte incentivo a pubblicare il più possibile, specie su una rivista piuttosto che un’altra, dall’altra tocca considerare il fatto che è stato dimostrato che la qualità della ricerca pubblicata non migliora con l’aumentare del prestigio e dell’importanza di una rivista [13-14-15]. Per dirla con le parole di Sydney Brenner, pioniere della biologia molecolare impegnato anche negli studi sul verme nematode fasmidario (Caenorhabditis elegans) e premio Nobel nel 2002 per la fisiologia o la medicina per gli studi compiuti insieme a H. Robert Horvitz e John E. Sulston sulla regolazione genica cellulare e l’apoptosi:

”Quello che conta assolutamente è il contenuto scientifico di un articolo, e nulla potrà sostituirne la sua conoscenza o lettura.” [16]

In considerazione del metodo scientifico, sono certo che la Dr.ssa Corsini sappia bene, almeno questo è quello che mi auguro, che una delle sue fondamenta è la riproducibilità di risultati. Eppure, è cosa ben nota che gli studi animali sono seriamente afflitti da una carenza di risultati riproducibili che è fonte non solo di preoccupazione nella comunità scientifica, ma anche di un impressionante spreco di preziose (e limitate) risorse finanziarie. Ho già discusso anche di questo, per una sommaria lettura si consulti questo articolo [17]. Molti, se non tutti, degli attuali test animali non sono mai stati sottoposti ad una convalida scientifica indipendente tesa a valutarne affidabilità e rilevanza. La razionalità alla base del loro utilizzo ”non è pertanto basata su dati scientifici” [18].

Thomas Hartung, tossicologo di fama mondiale [19], ha affermato:

”I test animali riflettono l’approccio scientifico dell’epoca in cui vennero sviluppati, non necessariamente l’approccio e la conoscenza scientifica di oggi.” [20]

In effetti, quando si parla di studi animali nella ricerca biomedica e tossicologica ci si riferisce ad approcci di ricerca oltre che di discutibile rilevanza umana anche piuttosto datati [21].

Infine, sul ”modello scientifico”.

Nelle discipline scientifiche i modelli vengono utilizzati in quanto eseguire esperimenti con i sistemi reali non è possibile per via di ragioni etiche o per motivi pratici.

Che significato assume nella ricerca biomedica il termine ”modello”?

Rand ne riporta la seguente spiegazione:

”Un modello è un oggetto di imitazione, qualcosa che ricorda accuratamente qualcos’altro, una persona o una cosa che somigli ad un’altra.” [22]

E’ importante porre l’accento sui termini utilizzati da Rand nella sua spiegazione (”qualcosa che ricorda ACCURATAMENTE qualcos’altro”).

Più un modello si avvicina ad un sistema reale, più diventa valido [23].

Nella ricerca biomedica gli animali vengono utilizzati come surrogati degli esseri umani su cui modellare le malattie che colpiscono questi ultimi onde poterle studiare e comprendere e poter così sviluppare efficaci trattamenti terapeutici destinati a contrastarle. Pertanto, in questo caso gli animali non-umani vengono appunto definiti ”modelli”.

Come riferisce Green:

”Il concetto di utilizzare gli animali come modelli surrogati per l’essere umano si basa sulla congettura secondo cui le specie animali possono prevedere l’esito umano.” 

Green continua precisando che:

”Tuttavia, bias e conflitti di interessi rendono difficile confermare tale ipotesi ed anzi le evidenze suggeriscono che gli studi animali risultano inconsistenti nella traduzione per la salute umana; [1, 2] piuttosto che fornire risposte affidabili alle domande della ricerca, essi vengono spesso sopravvalutati [3].” [5]

Oggi giorno, viene sempre più riconosciuto ed ammesso nella comunità scientifica biomedica e tossicologica che gli animali risultano severamente limitati come sistemi di modello per gli esseri umani, prova del fatto che all’interno del processo di sviluppo farmacologico oltre il 90% dei candidati farmaci testati con successo nelle fasi precliniche su animali fallisce la traduzione negli studi clinici su esseri umani principalmente a causa di inefficacia e significativa tossicità non segnalate dai ”modelli preclinici in vivo”, cosa che implica un considerevole depauperamento di risorse, economiche e non, ed un ritardo di disponibilità di validi trattamenti terapeutici per le necessità di milioni di pazienti in tutto il mondo [24-25-26-27].

L’inadeguatezza dei tradizionali modelli utilizzati nella ricerca, principalmente in vitro 2D ed animali, ha pertanto motivato lo sviluppo di nuovi e più affidabili modelli ”human-based” (incentrati cioè sulla biologia e la fisiologia umana), tra cui biotecnologie in silico ed in vitro di ultima generazione, di maggiore rilevanza per la specie target (umana), potenzialmente in grado di riuscire (si spera) laddove le decennali (e costosissime) ricerche condotte su animali hanno miseramente fallito [25-28-29-30-31].

E veniamo ora al confronto vero e proprio.

 

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Di seguito risponderò agli argomenti della veterinaria ”pro-test”, laddove non ho potuto nelle more del confronto in questione in osservanza delle modalità stabilite dagli organizzatori, e mostrerò parte dei contenuti rappresentati da me e dalla predetta.

 

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Il sondaggio pubblicato su Nature a cui allude Giulia Corsini è il seguente [32].

Intanto, come si può vedere nei commenti pubblicati sopra, non ho affatto affermato che la percentuale di scienziati ”contrari alla s.a.” sia il 10% degli intervistati. Ho detto che ”poco più del 91% degli scienziati si dichiarò concorde nel considerare essenziali per il progresso biomedico gli studi animali, mentre la restante parte del campione di intervistati sospese il suo giudizio o si dichiarò non concorde”, qualcosa di leggermente diverso da come liberamente interpretato dalla mia interlocutrice.

Il grafico illustrato sotto è estratto direttamente dal sondaggio in questione, vediamo di indicare i numeri in maniera più accurata, dunque corretta.

 

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  • 63.1% degli intervistati fortemente concorde nel considerare essenziali per la scienza biomedica gli studi animali
  • 28.6% concorde (totale degli scienziati concordi nel ritenere la ”s.a.” essenziale per il progresso biomedico: 91.7%)
  • 5% nè d’accordo nè in disaccordo (cioè giudizio sospeso)
  • 2.6% in disaccordo
  • 0.7% fortemente in disaccordo (totale scienziati in disaccordo nel ritenere la ”s.a.” essenziale per il progresso biomedico: 3.3%)

 

Ripropongo il mio commento:

 

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Quanto asserito da Giulia Corsini sulla prima parte della mia risposta è dunque un ulteriore esempio di fallacia logica, lo ”straw man” (”uomo di paglia”), che va a sommarsi all’antiscientifico ricorso al principio di autorità ed ai velati (ma neanche tanto) attacchi ad hominem.

Piergiorgio Odifreddi, matematico, logico e saggista italiano, spiega così cosa sia lo straw man:

”attribuire a qualcuno un’affermazione che non ha fatto, per poi confutarla e deviare il discorso da un’affermazione che quel qualcuno ha fatto veramente, e sulla quale magari si ha la ‘coda di paglia’.” [33]

Inoltre, come già riferito alla mia interlocutrice, è importante prendere in considerazione un altro dato in merito al sondaggio analizzato.

Il 70.3% degli intervistati dichiarò di condurre esperimenti con animali.

 

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Al di là di quanto già fatto presente alla Dr.ssa Corsini riguardo alle teorie sulle ”rivoluzioni scientifiche” che non sono mie, ma di quello che viene generalmente considerato come uno dei più grandi ed influenti filosofi della scienza del XX secolo di cui l’opera magna, ”La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (estranea forse al bagaglio culturale della signora), è una delle più citate di sempre nel mondo accademico [34], ovvero Thomas Samuel Kuhn, e di affermazioni fin troppo retoriche e banali fatte dalla stessa Corsini sulla ”scienza cumulativa”, affermazioni che trascurano che, ad onor del vero, la scienza non è solo ”cumulativa” di evidenze e conoscenze ma esclude, cioè sostituisce, anche ipotesi e congetture rivelatesi in seguito infondate (come il summenzionato esempio dei primi fuorvianti studi su animali che dominarono il paradigma di ricerca sulla poliomielite per diversi anni), considerando che è senz’altro lecito ed anzi opportuno consultare le opinioni di chi è impegnato direttamente in una determinata disciplina professionale (in questo caso i ricercatori che ricorrono all’utilizzo di animali nei loro studi), non possiamo tuttavia esimerci dal considerare anche i potenziali conflitti di interessi che gravitano nella comunità di ricerca biomedica e tossicologica e che interessano in particolar modo proprio i ricercatori impegnati nella ”s.a.”. Ad esempio, è cosa ben nota e largamente documentata (anche in letteratura) che gli studi animali possono aiutare a garantire un considerevole numero di pubblicazioni,”la moneta del regno accademico” [35], specie sulle riviste più autorevoli, e la ricezione di importanti finanziamenti (grant). Non sono illazioni e sospetti senza fondamento, sono dati di fatto ammessi dagli stessi ricercatori, dagli accademici, da personalità dell’industria farmaceutica e denunciati pubblicamente, come detto, anche sulle stesse riviste scientifiche.

Ad esempio:

Vi è una tendenza a credere a priori alla rilevanza dei modelli animali (‘in vivo veritas’). Questa è ulteriormente aumentata dal desiderio di giungere ad una conclusione definitiva (a seguito di pressioni economiche o pubblicazioni). Credere è molto probabilmente l’approccio più non scientifico.”

(Hartung, 2008) [36]

”Il topo ha avuto così tanto successo nelle scoperte dei meccanismi immunologici di base che ora molti immunologi fanno affidamento su di esso per rispondere ad ogni domanda. Una volta era comune utilizzare diverse specie animali, ora c’è una tale abbondanza di reagenti disponibili nell’immunologia dei topi che si deve avere una ragione preponderante per investigare su qualsivoglia altra specie, umani inclusi. Il topo rappresenta anche quel genere di evidenze richieste dalle riviste di settore e da chi revisiona le richieste di finanziamenti, come sottolineato da Steinman e Mellman (2004) e da Hayday e Peakman (2008). Questo ha distorto il campo di studio così tanto che gli immunologi clinici tengono almeno alcuni topi (e di solito molti di più) nei loro laboratori in modo che possano vedersi garantiti un flusso costante di pubblicazioni, concessioni di finanziamenti, etc., ed alcuni hanno abbandonato interamente le ricerche sull’immunologia umana in quanto considerata come causa persa. Ma questo è il prezzo del progresso, giusto? Giusto, ad eccezione del fatto che i topi sono dei pessimi modelli per gli studi su esseri umani.”

(Davis, 2008) [37]

”I ricercatori vengono regolarmente ricompensati da prestigiose riviste di settore con l’accettazione delle loro pubblicazioni che riportano studi basati su modelli animali eleganti ma probabilmente irrilevanti, mentre le stesse riviste rifiutano la pubblicazione degli studi basati sulla diretta osservazione umana che non è supportata da prove ‘in vivo’, il che solitamente equivale a ‘prove rilevate sui topi’.” 

(Marincola, 2011) [38]

”Troppi laboratori eminenti ed illustri ricercatori hanno dedicato tutta la vita allo studio delle malattie maligne nei modelli di topo e sono loro che esaminano i rispettivi grants e decidono dove il denaro dei NIH (National Institutes of Health, l’istituzione statunitense più importante in fatto di ricerca biomedica, quella responsabile per l’erogazione di fondi alla ricerca, ndr) debba essere investito. Essi non sono disposti ad accettare che i modelli di topo sono sostanzialmente privi di valore per la maggior parte delle terapie contro il cancro.”

(Raza, 2012) [39]

”È stato affermato e dimostrato che molte (e forse la maggior parte) delle conclusioni tratte dalla ricerca biomedica sono probabilmente false.Una causa centrale alla base di questo importante problema è che i ricercatori devono pubblicare per avere successo, e la pubblicazione è un’impresa altamente competitiva, con alcuni tipi di risultati che hanno più probabilità di essere pubblicati rispetto ad altri (ad esempio risultati positivi rispetto a quelli negativi ottenuti con modelli animali, ndr).”

(Button et al., 2013) [40]

”La cultura all’interno della ricerca sta cambiando e la ricerca sugli animali non è più immune da sfide o critiche come una volta. Tuttavia, sebbene la scienza sia più autocritica, nella pratica può essere difficile ottenere un cambiamento poiché le parti interessate (governi, finanziatori, università, industrie di ricerca e ricercatori) possono avere tutti interessi, non di rado finanziari, nel continuare a fare cose come sono sempre state fatte.”

(Pound and Bracken, 2014) [41]

”Il concetto di utilizzare gli animali come modelli surrogati per l’essere umano si basa sulla congettura secondo cui le specie animali possono prevedere l’esito umano. Tuttavia, bias e conflitti di interessi rendono difficile confermare tale ipotesi ed anzi le evidenze suggeriscono che gli studi animali risultano inconsistenti nella traduzione per la salute umana; [1, 2] piuttosto che fornire risposte affidabili alle domande della ricerca, essi vengono spesso sopravvalutati [3].”

(Green, 2015) [5]

”Due fattori importanti che stabilizzano il tradizionale sistema di sperimentazione animale sono i requisiti richiesti dalle riviste per la pubblicazione (alcune riviste non consentono affatto la pubblicazione senza dati animali) ed il forte sostegno finanziario alla sperimentazione animale nelle istituzioni accademiche.”

(Daneshian et al., 2015) [42]

”E’ importante riconoscere che i ricercatori possono essere riluttanti ad investire tempo e denaro nell’attuazione di una nuova tecnica di ricerca o sostituire un modello animale che è stato alla base della loro ricerca per molti anni. Numerose potenziali ragioni sono state discusse in un workshop organizzato dall’NC3Rs (il referente britannico per accademici, istituzioni politiche ed industria farmaceutica in riferimento all’attuazione del principio delle 3R, ndr) […] I referees (cioè i revisori delle riviste scientifiche che devono valutare gli articoli dei ricercatori prima di accettarli per l’eventuale pubblicazione, ndr) hanno familiarità con i dati dei modelli animali considerati come ‘gold standard’ e possono richiedere la generazione di ulteriori dati in vivo per supportare i risultati di quelli in vitro. Questi fattori possono ritardare la pubblicazione in un ambiente di ricerca altamente competitivo e comportare una mancanza di motivazione per cambiare i modelli di ricerca.”

(Jackson and Thomas, 2017) [43]

Il workshop organizzato dal britannico NC3Rs è questo [44]. Vi parteciparono accademici ed esponenti dell’industria farmaceutica che, nel riferire delle potenziali barriere all’adozione di nuovi e più affidabili approcci di ricerca non-animali negli studi oncologici (cioè sui vari tipi di cancro), si dichiararono concordi nel considerare tra le varie ragioni anche la richiesta normativa da parte degli enti regolatori (che non è necessariamente fondata su motivazioni prettamente scientifiche) ed il fatto che i modelli animali possono favorire la pubblicazione di articoli sulle riviste pertinenti. Si veda sotto un estratto dal workshop in questione.

 

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Ancora, discutendo del crescente numero di critiche all’interno della comunità scientifica biomedica per quanto riguarda un test animale largamente utilizzato nelle ricerche sui candidati farmaci anti-depressivi, il test di nuoto forzato (Forced Swim Test), il Dr Ron de Kloet, neuroendocrinologo presso il Leiden University Medical Center, ha dichiarato sulle pagine di Nature:

”Molti ricercatori si sentono costretti a ricorrere a questo tipo di test, ottengono importanti finanziamenti, pubblicano i loro articoli basati su questo test e fanno carriera. E’ una cultura che mantiene in vita se stessa, anche se i ricercatori ammetteranno che questi test non dimostrano quello che si suppone.” [45]

Insomma, ad ignorare quanto sopra riportato forse è unicamente la Dr.ssa Corsini (e magari qualche altro suo collega di vedute). Ma, come ebbe a dichiarare Aldous Leonard Huxley, ”i fatti non cessano di esistere perchè vengono ignorati” [46].

Come visto, pur considerando che l’auspicato cambiamento si sta lentamente realizzando tanto negli ambienti accademici quanto nelle istituzioni politiche e anche all’interno dell’industria farmaceutica, vi è una forte resistenza ad esso, per quali ragioni si è già considerato [47]. Pertanto si, tocca constatare, purtroppo, che attualmente vi è ancora una certa chiusura da parte di biomedici e tossicologi, anche se non da parte di tutti, verso quel progresso culturale, ma anche scientifico e metodologico, rappresentato dal superamento dei tradizionali modelli di ricerca in favore di metodi di prova più moderni e potenzialmente più produttivi in termini di risultati utili.

In merito al secondo sondaggio citato da Giulia Corsini, c’è da precisare che il campione di scienziati intervistati sull’utilizzo di animali nella ricerca non era composto unicamente da biomedici, ma anche da scienziati specializzati in branche della scienza estranee alla ricerca biomedica e tossicologica come matematici ed astronomi [48].

Nel grafico sotto, è riportata la percentuale di scienziati dichiaratisi favorevoli all’utilizzo di animali nella ricerca indicata nel sondaggio proposto dal Pew Research Center.

 

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E’ interessante notare che la Dr.ssa Corsini così come altri favorevoli alla ”s.a.” citino all’occorrenza questo sondaggio che, come precisato, includeva scienziati specializzati in diverse discipline scientifiche, estranei dunque alla ricerca biomedica e tossicologica. E’ interessante perchè solitamente i cosiddetti ”pro-test” sollevano forti obiezioni quando nei contraddittori la loro controparte interlocutrice indica opinioni ed argomenti proposti da medici o veterinari, ad esempio, critici o contrari alla ”s.a.”, sostenendo che ”un medico non è uno scienziato biomedico o un tossicologo, così come un veterinario, quindi non ha competenze per potersi esprimere a riguardo”. Viene spontaneo chiedersi a questo punto se per i ”pro-test” si è competenti e deputati ad esprimere giudizi di merito solo se, come loro, si è favorevoli alla ”s.a.”. Precisamente, per quali ovvie ed oggettive ragioni un veterinario critico o contrario alla ”sperimentazione animale” non sarebbe competente ad esprimersi in materia, ma la veterinaria pro-test Corsini invece si? Ugualmente, per quale arcano motivo il Dr marco Delli Zotti (”pro-test”), di professione medico, dovrebbe essere competente a disquisire di animali e ricerca biomedica e, ad esempio, il Dr Stefano Cagno (critico/contrario alla s.a.), anch’egli medico, invece no? Non è ben chiaro.

Sempre a proposito di sondaggi, penso sia opportuno a questo punto indicarne altri non già basati su opinioni generiche, ma su quello che suggerisce l’evidenza oggettiva dei dati.

Cosa ne pensano scienziati e ricercatori farmacologici del valore, o presunto tale, degli studi di tossicità acuta (giusto a titolo di mero esempio) eseguiti in fase preclinica su ”modelli animali”? Quali sono le valutazioni conclusive emerse alla luce dei dati riscontrati?

Potrebbe essere indicativo a tal riguardo quanto emerso durante una conferenza di esperti in tossicologia provenienti da compagnie farmaceutiche, compagnie con contratti di ricerca ed altri ancora. Nel consenso generale si concluse che: ”l’informazione ottenuta dagli studi di tossicità acuta (appunto fase preclinica, ndr) è di scarso o addirittura nessun valore nello sviluppo del processo farmacologico”. Questa affermazione venne ”successivamente presa in considerazione ed approvata da scienziati provenienti da UE, Stati Uniti e Giappone durante un seminario nel Novembre del 2006”.

Un sondaggio al convegno rivelò che:

  • il 100% degli intervistati trovava i dati degli studi di tossicità acuta di poco o di nessun utilizzo e venivano utilizzate solo informazioni sull’impostazione della dose per altri studi in circostanze eccezionali
  • il 100% degli intervistati era d’accordo che non avrebbero condotto test di tossicità acuta, se non fosse stato richiesto da requisiti normativi
  • il 100% degli intervistati era d’accordo che gli studi di tossicità acuta non venivano utilizzati per identificare gli organi target
  • IL 100% DEGLI INTERVISTATI NON AVREBBE MAI USATO I DATI DEGLI STUDI DI TOSSICITÀ ACUTA PER IMPOSTARE LA DOSE INIZIALE NELL’ESSERE UMANO
  •  L’81% DEGLI INTERVISTATI PENSAVA CHE I DATI OTTENUTI DAGLI STUDI DI TOSSICITÀ ACUTA NON ERANO DI NESSUNA UTILITÀ ALLE AUTORITÀ DI REGOLAMENTAZIONE O AL CLINICO [49-50]

Dunque, gli studi di tossicità acuta condotti su animali e richiesti dalla legge vengono considerati dagli stessi ricercatori e dalle aziende produttrici farmaceutiche ”di poco o nessun valore nel processo di sviluppo farmacologico” [51].

Un altro sondaggio, più recente, pubblicato sempre sul gruppo editoriale Nature, proposto a 27 individui o companies rappresentativi di colossi farmaceutici, aziende biotech ed istituzioni accademiche per quanto riguarda l’utilizzo di saggi tissutali di origine umana nei test tossicologici che precedono le sperimentazioni umane (trial clinici), ha rilevato i seguenti dati:

  • il 52% degli intervistati considerava maggiormente rivelanti per stabilire la sicurezza dei candidati farmaci i saggi tissutali di origine umana, motivo per cui risulterebbe opportuna la loro adozione
  • il 18% degli intervistati considerava la scarsa predittività tossicologica dei modelli animali come valido motivo per ricorrere all’utilizzo dei suddetti metodi alternativi/sostitutivi human-based
  • il 10% degli intervistati considerava la mancanza di validi modelli animali nei test tossicologici come valido motivo per ricorrere all’utilizzo dei suddetti metodi alternativi/sostitutivi human-based
  • il 6% considerava i bassi costi dei metodi in vitro in questione come valido motivo per utilizzarli nelle fasi precliniche
  • il 14% indicò altri motivi

Inoltre, il 64% del campione di esperti intervistati si dichiarò concorde nel considerare scarsamente predittivi dell’esperienza tossicologica umana i modelli animali utilizzati nei test preclinici, considerando altresì di maggiore rilevanza umana i metodi in vitro human-based presi in considerazione [52].

Dati alquanto interessanti. Non credete anche voi?

Vedete come tendono a cambiare significativamente i risultati di certi sondaggi quando ad un’opinione generale viene anteposta un’opinione basata su quanto suggerito da dati verificati (quindi oggettivi)?

Proseguiamo oltre.

In riferimento a Claude Bernard, ”tanto odiato dai gruppi antivivisezionisti” e tanto amato e riverito invece da quelli ”pro-sperimentazione animale”, giusto qualche breve ripasso sui suoi studi e sul suo (presunto) contributo allo sviluppo dell’anestesia nella medicina umana.

Claude Bernard, nell’immagine sotto, è stato un fisiologo francese vissuto nel XIX secolo, generalmente considerato ”il padre della moderna fisiologia sperimentale” [53] di cui la più influente opera è ”Introduction à l’étude de la médecine expérimentale” (1865) [54].

 

 

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In alcuni dei suoi esperimenti, Bernard rinchiudeva gli animali che utilizzava in una sorta di forno (o stufa) costruito da lui stesso e li lasciava ”arrostire” lentamente onde studiare gli effetti del calore elevato. Lo stesso Bernard descriveva accuratamente gli esiti osservati sull’animale:

Quando l’animale sperimenta gli effetti tossici del calore, manifesta una serie di sintomi uguali e caratteristici. All’inizio è agitato, quindi la respirazione e la circolazione accelerano, l’animale poi apre la bocca e respira forte, presto diventa impossibile contare i suoi respiri; alla fine cade in preda a convulsioni e muore, generalmente urlando.” [55] 

 

L’immagine sotto è tratta da ”Leçons sur la chaleur animale, sur les effets de la chaleur et sur la fièvre” (Bernard, 1876, pag. 347)

 

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Il Dr George Hoggan, uno tra i diversi partecipanti agli studi condotti da Bernard, commentò esausto di quello a cui aveva assistito durante la sua esperienza nel laboratorio del fisiologo francese:
”Sacrificammo quotidianamente da uno a tre cani, oltre a conigli ed altri animali, e dopo quattro anni di esperienza sono dell’opinione che nessuno di questi esperimenti su animali fosse giustificato o necessario. L’idea di approcciarsi con più umanità era semplicemente fuori discussione, e sarebbe stata derisa, il grande obiettivo era quello di stare al passo con i propri contemporanei nel mondo scientifico, o addirittura superarli, anche al prezzo di un’incalcolabile quantità di torture inutilmente ed iniquamente inflitte a dei poveri animali.” [56]

Dirà Bernard:

”La scienza della vita è una sala superba, abbagliante ed illuminata che può essere raggiunta solo passando attraverso una lunga ed orribile cucina.” [54]

Ed anche:

”Il fisiologo non è un uomo normale. È un uomo istruito, un uomo posseduto ed assorbito da un’idea scientifica. Egli non sente le grida di dolore degli animali. È cieco al sangue che scorre. Non vede altro che la sua idea e gli organismi, che gli nascondono segreti che è deciso a scoprire.” [56]

Tra l’altro, i summenzionati esperimenti di Bernard si rivelarono in seguito fuorvianti [57].

Sulla scoperta degli anestetici già si era espressa nel lontano 1912 (sulle pagine dello storico e prestigioso British Medical Journal) una Royal Commission d’inchiesta sulla vivisezione voluta dalla Regina Vittoria di Inghilterra. L’organismo di esperti, che pure nel ”report” rappresentò una posizione favorevole all’utilizzo di ”modelli animali” nella ricerca biomedica, dichiarò senza mezzi termini:

”La scoperta degli anestetici non deve nulla agli esperimenti sugli animali.”[58]

Anche le pubblicazioni scientifiche sovvenzionate dall’industria farmaceutica confermano ampiamente questi dati storici:

Molti farmaci utili sono stati introdotti in terapie senza essere stati precedentemente valutati negli animali; la digitale, I’ipecac, la corteccia di china, ed i primi anestetici inalatori possono bastare come esempi.” [59]

Sorvolando poi sull’evidente corto circuito logico ravvisabile nel paragone (affondo) proposto dalla Dr.ssa Corsini su terrapiattisti ed antivaccinisti che citano a sproposito Galileo a sostegno delle proprie ragioni (non è ben chiaro per quale motivo un terrapiattista dovrebbe citare proprio Galileo, una delle figure più emblematiche della teoria eliocentrica, come esempio corroborante il proprio caso), detto poi da una fervente supporter di una metodologia di ricerca arcaica che in molti casi, come detto, viene meno ad uno dei fondamentali requisiti del metodo scientifico, cioè la riproducibilità di risultati, e di cui diversi dei test condotti non sono mai stati sottoposti ad una verifica indipendente tesa a saggiarne affidabilità e rilevanza [60] è quanto dire, concordo sul fatto che ”l’analisi dell’insieme delle pubblicazioni dei dati negli anni forma quelle che sono le evidenze scientifiche”. Infatti, quello che rivela un attento ed approfondito esame della letteratura suggerisce conclusioni neanche tanto azzardate.

Fino all’1 marzo del 2007 risultavano pubblicate 20 revisioni sistematiche (systematic reviews) sulla capacità degli studi animali di rappresentare potenziali applicazioni cliniche per gli esseri umani; di queste 20 recensioni solo due, in via definitiva, hanno dimostrato una qualche utilità clinica degli studi animali, di cui una indicava risultati discutibili [61-62].

Una recente review ha confermato risultati ugualmente eloquenti:

su 100 abstract esaminati (50 da PubMed; 50 da Google Scholar) non è emersa alcuna concordanza di esiti, chiara e conclusiva, tra modelli animali ed esseri umani. Una bassa percentuale di abstract (20%) descriveva una concordanza limitata in procedure specifiche, ma questa concordanza veniva generalmente indicata con un invito ad interpretare i risultati rilevati con una certa cautela e la necessità di ulteriori studi clinici per fornire prove più convincenti per gli esseri umani.
Le specie utilizzate negli studi includevano, tra le altre, ratti, topi, conigli, gatti, cani, pecore, maiali e primati non-umani. Questi animali sono stati impiegati in una vasta gamma di aree di studio, tra cui diversi tipi di cancro, malattie cardiache, ictus, disturbi neurologici (ad es. Alzheimer e Parkinson), diabete, difetti ossei, terapia genica e ricerca su cellule staminali, per fornire alcuni esempi. Diverse pubblicazioni hanno analizzato come i dati ottenuti da modelli animali si siano tradotti successivamente negli esseri umani.
La grande maggioranza delle review esaminate (75%) ha riscontrato che la valutazione della risposta umana dai dati animali risulta significativamente limitata a causa di uno o più dei seguenti fattori:

  • differenze tra specie
  • mancanza di traduzione clinica
  • metodologia di scarsa qualità
  • publication bias

Quanto sopra è il risultato di una sopravvalutazione dei reali benefici ottenibili dagli studi animali nel tentativo di prevedere gli esiti umani di riferimento [63].

Riguardo alla storia del Dr Semmelweis, ”il salvatore delle madri”, come venne a ragione definito successivamente, altro emblematico esempio di quanto le idee rivoluzionarie dei singoli possano ribaltare le opinioni infondate generalmente accettate dalla maggioranza in un dato periodo storico, posso confermare che in letteratura viene riferito che morì a causa di sepsi generalizzata dovuta alle ferite non curate causate dalle percosse che subì mentre era detenuto nell’ospedale psichiatrico di Vienna [64].

Altra serie di domanda e risposte.

 

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Considerazioni finali

Andrè Breton, nel commentare il ”Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, redatto nel 1940 da Simone Weil, disse:

”Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità ad un insegnamento prestabilito.” [65]

Discutendo con quei sostenitori della ”sperimentazione animale” particolarmente ”appassionati” come la Dr.ssa Corsini, si ha l’impressione di avere difronte un interlocutore più propenso a dare importanza al sentirsi parte di una certa maggioranza ferma ed irrigidita in un periodo storico su una determinata posizione che ad approfondire determinate realtà disposto ad accettare quello che un’evidenza oggettiva rivela in maniera oltremodo chiara (come è tipico di menti aperte e non ottuse). Sembra quasi che i ”pro-test” recitino un mero copione di circostanza, il repertorio argomentativo è quasi sempre il medesimo: tutto si riduce ad una retorica e banale minestrina riscaldata condita con puntuali fallacie logiche, proiezioni delle proprie lacune sulla controparte e dati ”liberamente interpretati” quando non riportati in maniera corretta. Insomma, in ultima analisi, la loro sembra davvero una grottesca rappresentazione di quel “pensiero antiscientifico, anche quando si maschera da scientifico” (cit. Alberto Ferrari).

 

Alfredo Lio

 

2 ottobre 2019

 

Bibliografia:

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[2] Lio, A. Sulla ”sperimentazione animale” il Prof. Mucelli auspica un dialogo trasparente, onesto e costruttivo. Chiede troppo? Science News Live, 16 settembre 2019. Link: https://alfredolio.wordpress.com/2019/09/16/sulla-sperimentazione-animale-il-prof-mucelli-auspica-un-dialogo-trasparente-onesto-e-costruttivo-chiede-troppo/

[3] Green Hill, condannati in via definitiva i vertici dell’allevamento “lager”. Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2017. Link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/03/green-hill-condannati-in-via-definitiva-i-vertici-dellallevamento-lager/3893006/

[4] Green Hill, condannati un veterinario e tre dipendenti. Giornale di Brescia, 2 luglio 2019. Link: https://www.giornaledibrescia.it/bassa/green-hill-condannati-un-veterinario-e-tre-dipendenti-1.3378571

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[65] Weil, S. Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Lit Edizioni.

 

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